Per molti questo il nome di DI Vincenzo Micocci non significa nulla, eppure è stato uno dei più importanti personaggi della discografia italiana e conosciuto in tutto il mondo, altro che Mara Maionchi, che se chiedi all’estero cos’è pensano sia il nome di un guscio salva telecomando. Che bel paese l’Italia di oggi, dove chi non distingue una nota da una cacca di mosca può decidere chi sa cantare e suonare, d’altronde abbiamo una classe dirigente corrotta e collusa che non sa nulla di cosa ha bisogno il paese eppure ne controlla il comando decidendo il futuro del paese, ecco perché non c’è futuro.
Ma al di la di queste sterili polemiche che lasciano il tempo che trovano, Micocci era Micocci, si dovrebbe dire “un altro pianeta”. È stato l’inventore del termine “cantautore” e ha segnato un epoca importante per la musica in senso lato, e attraverso il suo lavoro con l’ RCA e con la sua etichetta It ha prodotto dischi per Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Antonello Venditti nonchè Rino Gaetano e Mario Castelnuovo per citarne alcuni. Micocci è morto il 5 Novembre 2010, nel totale silenzio mediatico che ormai copre quasi tutti i decessi che non portano odiens.
Apparteneva a quella generazione che ha inventato l’industria musicale italiana, è stato un uomo colto e raffinato che ha saputo conciliare il fiuto del talent scout con le doti di manager. Da studente universitario, negli anni Cinquanta lavorava nel negozio di dischi dello zio a Roma, quel negozio di via delle Convertite che diventò il punto d’incontro degli appassionati di jazz ma anche il suo trampolino di lancio per la carriera futura. Occupandosi degli acquisti, fu notato da un agente della Rca per la sua abilità di ordinare titoli americani, in particolare Belafonte e Perry Como, che risultavano vendutissimi. Fu così segnalato a Ennio Melis, il direttore che lo assunse nel 1956. In breve divenne direttore artistico, mise sotto contratto Gianni Meccia, per il quale coniò con la collaborazione di Melis, il termine cantautore, e poi Nico Fidenco ed Edoardo Vianello.
Nel frattempo non abbandonò la sua passione per il jazz e assieme a Salvatore Biamonte condusse un ciclo di trasmissioni alla radio, ha pubblicato “Il libro del jazz” e una serie di antologie discografiche che hanno fatto la storia del jazz in Italia. I successi ottenuti nei primi anni ’60 alla Rca, (dove aveva messo sotto contratto giovani arrangiatori come Ennio Morricone e Luis Enriquez Bacalov e talenti come Gianni Morandi e Rita Pavone), lo porteranno a trasferirsi a Milano per assumere il ruolo di direttore artistico della Ricordi. Qui, mette sotto contratto Ornella Vanoni, e compie quindi un altro dei passi che lo hanno reso un protagonista, inoltre scrittura Bobby Solo che, nel 1964 partecipa al Festival di Sanremo con “Una lacrima sul viso”. Il cantante romano (vero nome Roberto Satti) viene colpito da una laringite e rimane afono: Micocci risolverà la faccenda introducendo per la prima volta il Italia il playback. “Una lacrima sul viso” sarà il primo brano italiano a superare il milione di copie.
Tornato a Roma, dopo la non fortunata esperienza della Parade, fonda la “It” un’etichetta, dove hanno lavorato anche i figli Stefano e Francesco. Con questa etichetta esordirono Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Ron, Rino Gaeatano, Sergio Caputo, Grazia di Michele, Amedeo Minghi, Paola Turci, Mario Castelnuovo, ma ha ottenuto anche un grande successo con le canzoni di Ettore Petrolini affidate a Nino Manfredi («Tanto pe cantà» fu un best seller), Laura Betti o a giovani interpreti come Fiorella Mannoia.
All’inizio degli anni ’90, è il primo a intuire avvisaglie della grande crisi del disco, e perciò la sua attività si dirada. Tutto questo è solo una parte della vicenda professionale di Vincenzo Micocci che in realtà per mezzo secolo ha lavorato, collaborato e, in molti casi, formato un numero impressionante di artisti e professionisti della musica.
Ciao Vincenzo, e grazie per tutto quello che ci hai regalato senza mai preoccuparti di volere apparire ad ogni costo, come solo i grandi professionisti sanno fare.
Cantautore paroliere con oltre 70 canzoni edite. Collaboratore in studio negli arrangiamenti di svariati interpreti nazionali ed internazionali. Autore delle opere: “Nati per sempre” (1991), “Notte di San Lorenzo” (1992), “Ricorderemo” (1992), Post Of Sedicianni Album (1993), “La macchina del tempo” (1996), “La mia follia” (1997), “Un canto nel silenzio” (2003), “Pitililli” Album (2006), “Panico” (2007), “Mani di Gomma” (2007), “Guerra dei Boveri” (2008), “Misero dentro” (2008).
Lei dovrebbe scrivere più spesso e non rispondere alle critiche, di solito chi disprezza compra. Complimenti vivissimi.
Bea
A Corelli sta antipatico Fortis, per questo non l’ha tirato in ballo secondo me.
Se è così come penso allora per non dare importanza a qualcuno basta non parlarne ma così equivale al solito qualunquismo e non avere citato Fortis è stata una mancanza imperdonabile.
La polemica è degenerata. Vorrei pertanto che si tornasse a bomba, cioè allo spirito delle mie osservazioni, che sono sostanzialmente due:
1. Essersi dimenticati di Fortis, la cui canzone sarà addirittura all’origine dell’autobiografia del Mecocci non rivela una bella mano, né dal punto di vista giornalistico né musicale.
2. Anche se wikipedia, come tutte le enciclopedie, contiene tutto quel che c’era da dire su di Mecocci, questo non significa che bisogna dirlo allo stesso modo facendone un riassuntino. Ragionando in questo modo, con sette note non si sarebbe mai dovuto comporre quel bendidio che si è composto nel corso dei secoli… Rievocare una figura che è stata «mitica» richiede una capacità di racconto che trasformi appunto l’aneddotica in mito. Ci vuole pathos e stile. E non è detto che chi lo ha per comporre una canzone lo abbia anche per scrivere.
Grande Corelli lasciali cianciare che rosicano!
Gent. Marco Corda,
mi prendo volentieri dell’idiota.
Sull’inutilità della mia esistenza però magari parliamone, poichè probabilmente se Lei inveisce così “gratuitamente” nei miei confronti significa che c’è il serio rischio che il sottoscritto abbia colpito nel segno no?
Conosce la mia storia professionale e di quante canzoni “MIE” sono arrivate al successo con la voce di altri? Da come si è espresso non credo!
Conosce la mia storia personale? Da come si muove non credo!
Ha una minima idea di quanti “disagiati” si appoggino alla mia “inutile esistenza”? Direi proprio di no! L’unica differenza tra il sottoscritto e i suoi paladini è che io non mi metto in piazza a parlarne pubblicizzandolo, facendo finta di raccogliere “proventi” che puntualmente NON vengono mai elargiti a chi li aspetta con speranza, e potrei aprire un fascicolo lungo un milioncino di pagine solo su quest’argomento, ma la invito a leggersi il mio articolo intitolato “giochiamo alla beneficenza” riportato su questa stessa rubrica.
Inoltre, fosse anche solo per i miei figli, la mia esistenza è ben ripagata.
Sig. Corda, temo che lei abbia pestato una merda di un paio di quintali almeno, poichè esistono persone che portano a conoscenza della massa i problemi appartenenti al mondo della politica, e non vedo per quale motivo non debbano esserci quelli che fanno altrettanto con il mondo della musica o dello spettacolo in senso lato, le verità danno sempre fastidio, le do atto.
Lei però mi deve sbugiardare con i fatti e non con le stronzate, offendere aggredendo è un classico sintomo di chi non ha niente da dire, non ha prove confutabili per dialogare, un classico nel SUO ambiente.
Si faccia coraggio, la vita è breve, cerchi almeno di mangiare con dignità quei 4 maccheroni che le sono rimasti.
Sempre con cordialità
Moreno Corelli
Moreno Corelli Lei è un idiota. Non si capisce perchè debba tirare in mezzo polemiche sui giochi di potere e la Maionchi per motivare l’inutilità della sua esistenza.
Le sarebbe bastato scrivere un coccodrillo elogiando la figura del de cuius e avrebbe fatto il suo porco dovere. Invece no, non riesce, da buon radical chic ad esimersi da “sterili polemiche che lasciano il tempo che trovano”; che retorica becera e di quart’ordine è la Sua. Peraltro si è dimenticato imperdonabilmente di citare Alberto Fortis con la sua famosa canzone che poi diede autoironicamente il titolo al libro biografico. La sua ignorante presunzione è sconfinatamente irritante.
Cordialità
Marco Corda
Come al solito si guarda il dito invece che la luna. Il punto è che un personaggio simile andava celebrato, anche perchè ritengo abbia dato un pò di più di Taricone (senza togliere nulla a Taricone) ma senza dubbio fa meno odiens come dice l’articolo, che secondo me vuole porre l’accento su come sia tutto stravolto il mondo della musica e pure quello dello spettacolo. E’ una critica istruttiva e purtroppo molto attuale.
Io ho guardato per curiosità wikipedia e devo dire che non è “paro paro” come ha detto Gianni, certo è che se le notizie sono quelle le puoi girare come vuoi ma sempre e solo quelle sono, le polemiche sterili confermano ancora una volta che si può dire tutto e il contrario di tutto, infatti Corelli è uno dei più “plagiati” degli utlimi 20 anni e addirittura lo si vuol fare passare per plagiatore, roba da matti, basta ascoltare i suoi brani editi e si scopre immediatamente che non possono essere abbinati a nessun genere in particolare, ma cosa lo dico a fare? L’importante è cercare di sputtanare, a qualsiasi costo!
L’omissione più imperdonabile è la mancata menzione della canzone che Alberto Fortis dedicò polemicamente a Vincenzo, per questo fu censurata, ma che curiosamente ha poi offerto il titolo all’autobiografia di Micocci: «Vincenzo io ti ammazzerò», Coniglio Editore.
E si da pure il caso signor Versacci che il giorno in cui mi chiesi perchè Maramao era morto, scoprii molte cose sul signor Panzeri, comprese le canzoni della fronda e pubblicai su Arcoiris tv: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Lettere&op=esteso&id=5667. Wikipedia e internet sono un grande motore di ricerca, e una specie di viziosa scatola dentro altre all’infinito…e ci si disperde…Moreno Corelli per quello che da poco conosco, ha vissuto non virtualmente il mondo della musica, sotto e sopra…e se come dice lei ha copiato buona parte dell’articolo, ha commesso l’errore di non virgolettare, il quasi tutto e la chiusa è abbastanza eloquente. Il mestiere dell’artista, in Italia, è un insulto, se non si arriva ad essere “conosciuto”.