La Lettera

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Luigi DE MAGISTRIS – Dall’Iraq ce ne andremo quando decideranno gli Usa. L’Afghanistan è dunque una spesa utile?

27-05-2010

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Il mio cordoglio per i soldati italiani trucidati in Afghanistan non è di circostanza, così come la mia totale vicinanza ai familiari di Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio. Li considero eroi del Paese, morti per la patria. I soldati italiani, all’estero, sono tra i più stimati, non solo per le capacità professionali, ma anche per le attitudini ad essere amati dalla popolazione civile. La nostra umanità non è seconda a nessuno. Ci sono soldati per passione; soldati per la ricerca di un lavoro che altrimenti non c’è; tanti decidono di recarsi in luoghi di guerra per poter avere un guadagno per vivere. Sono convinti di svolgere una missione per la pace in territori martoriati da conflitti crudeli. Credo che sia il giunto il momento, però, da parte di chi ha responsabilità istituzionali, di abbandonare le lacrime di coccodrillo. La permanenza del contingente italiano non può essere considerata una mera missione di pace. Di fatto, è partecipazione ad una guerra che pone, quindi, problemi di compatibilità con l’art. 11 della Costituzione. I nostri soldati sono stati inviati con equipaggiamenti non idonei per la partecipazione ad un vero e proprio conflitto armato. Le organizzazioni internazionali non hanno creato le condizioni per una effettiva missione di pace sotto l’egida dell’Onu. Nel nostro Paese si registra – a fronte di una crisi economica generale – la crescita dell’esportazione di armi, con un fatturato di circa 3 miliardi di euro per commesse che vedono avvinti, in particolare, Finmeccanica e Governo. Dove vanno queste armi? La Commissione controllo sul bilancio che presiedo ha avviato un’attività di indagine per verificare dove siano andate a finire le oceaniche risorse pubbliche destinate per la pacificazione e ricostruzione dell’Afghanistan. Le notizie sinora raccolte descrivono uno scenario devastante: oltre la metà dei soldi pubblici provenienti da Stati ed Istituzioni internazionali non avrebbero raggiunto l’obiettivo prefissato non entrando mai nella disponibilità del governo afgano. Sono rimaste inghiottite, sembrerebbe, nelle voragini delle centrali internazionali della corruzione. L’Italia deve avere un ruolo concreto nell’ambito di un piano di pacificazione globale governato dall’ONU e non dalla Nato. Non si può mascherare la partecipazione ad una guerra come una missione di pace. L’Italia in Afghanistan è in guerra. La politica estera del nostro Paese deve cambiare, non la si può ridurre, come fa il governo, esclusivamente ai rapporti con Putin e Gheddafi: con il primo per gli affari sul gasdotto tanto cari a Berlusconi; con il secondo per realizzare in Libia i lager per i migranti, criminalizzati dal razzismo Lega-Pdl, ed opere pubbliche faraoniche finanziate dal nostro Paese a vantaggio dei prenditori di soldi pubblici della «cricca & company spa».

Error: Impossibile creare la directory /ha/web/web/domani.arcoiris.tv/www/sito/uploads/2017/08. Verifica che la directory madre sia scrivibile dal server!Luigi de Magistris, oggi europarlamentare IdV, nasce a Napoli nel 1967. Si laurea in giurisprudenza a 26 anni ed entra in magistratura. Lavora per 15 anni come pm presso i Tribunali di Napoli e Catanzaro, occupandosi di indagini delicatissime come Toghe Lucane, Why Not e Poseidone, incentrate sul legame tra politica, massoneria e criminalità organizzata in merito ai finanziamenti pubblici. Trasferito quando le inchieste arrivano a coinvolgere nomi di spicco del mondo politico italiano, lascia la magistratura per dedicarsi alla politica. Nel giugno del 2009, con quasi 500 mila preferenze, entra al Parlamento Europeo come indipendente dell'Italia dei Valori e viene eletto presidente della Commissione Europea per il controllo sui bilanci.
 

Commenti

  1. Domenico Falconieri

    Caro De Magistris, devo sinceramente dirle d’essere in disaccordo con quanto lei scriva nell’articolo, riguardo ai militari in missione “di pace” in Iraq e Afghanistan. E’ vero quanto affermi, che spesso sono costretti a scegliere di partire per lavoro, ma lo fanno coscienti ed addestrati per partecipare ad una guerra, ben informati dei rischi e pericoli cui vanno incontro. Quindi parlare di operazioni di “pace” e considerarli “eroi” mi sembra assolutamente distante dalla realtà e fuori luogo, come lei stesso in qualche modo affermi parlando di rivedere le missioni anche sulla base dell’articolo 11 della Costituzione. Sono professionisti che, anche con mire di guadagni altrimenti non raggiungibili e che in poco tempo portano un minimo benessere in famiglie in genere non benestanti (è SEMPRE il povero a rimetterci le penne per il ricco), partono in missioni che hanno insito il grande rischio di perdita della propria incolumità. Ma questo fa parte del “gioco” ed è ben conosciuto da chi decida di partire, fin dal primo momento. Altrimenti parleremmmo di sprovveduti, offendendo la loro e la nostra intelligenza, o bisognerebbe solo definirsi ipocriti. Immagino di poter sollevare ampie critiche a questo mio modo di pensare, ma ritengo che sia una visione più corretta della questione. Sono, comunque, d’accordo con quanto sia detto nel resto della lettera. Saluti.

  2. maria teresa fiocchi

    Afghanistan. Sono d’accordo con le vostre critiche.
    Molti erano contrari alla partecipazione a questa cosidetta missione di pace, perchè prevedevano quello che sta accadendo. Errore cominciare; dovuto, mi pare, ai governi precedenti. Come uscirne, non lo so, soprattutto con questo governo. Informateci finche potete.

  3. mario

    quanti di voi ricordano che il dislocamento delle forze milytari USA & Co seguono guardacaso la pipeline?

    Dai!, smettiamo di far finta di non capire perchè siamo in Afganistan!