La Lettera

Per Terre Sconsacrate, Attori E Buffoni

Governo denunciato

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L’ho fatto. L’avevo scritto, l’ho fatto. Stamani sono stato alla Procura della Repubblica di Firenze e ho denunciato il governo. Ho presentato due esposti recanti la “notitia criminis” concernente il favoreggiamento dello squadrismo, il primo, e varie fattispecie … continua »

Dire, fare, mangiare

E la chiamano cellulite

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L’estate ci mette a misura con il nostro corpo. La maggior parte delle donne si confronta con il problema della cellulite. Premesso che la cellulite è molto diffusa e non si può prescindere da una predisposizione personale ad averla o … continua »

Lettere »

Fallita la conquista della globalizzazione, i grandi capitali riportano nelle nostre patrie le caravelle sconfitte. Sta finendo il sogno del primo mondo che domina i terzi immaginati come servi della gleba. E comincia la riconversione della nostra modernità

Raniero LA VALLE – Bavaglio e Pomigliano, ultima raffica di chi vuole tornare ai padroni-padroni del Novecento

24-06-2010

di

È molto importante capire, dagli ultimi avvenimenti, che la lotta non è più politica, ma culturale; pretendere di cambiare l’articolo 41 della Costituzione (economia e suoi fini sociali) significa voler rovesciare una cultura, non cambiare politica. Rispetto a questo passaggio tutti i soggetti, dai partiti ai sindacati fino alla Chiesa, devono ridefinire la propria posizione, che non è affatto adeguata a questa nuova qualità della lotta.

Il tema è ormai quello della risposta da dare alla cattiva globalizzazione (contro cui invano avevano combattuto i “no global”) che sta giungendo ora a una sorta di nemesi: i Paesi ricchi, che dovevano diventare ancora più ricchi espandendo il loro imperialismo senza limiti in tutto il mondo, si stanno impoverendo; le multinazionali che avevano delocalizzato le loro fabbriche per andare ad approfittare dei salari di fame e del lavoro sfruttato della Moldavia o del Bangladesh, tornano a casa, ma vogliono che le condizioni del Bangladesh si riproducano in patria; le caravelle di Cristoforo Colombo che erano andate a portare civiltà, diritto e giustizia oltremare, tornano indietro recando la notizia che, a missione compiuta, l’assoggettamento di tutto il mondo al denaro e alla ricchezza richiede che ai diritti, alla giustizia e alla civiltà si rinunzi anche in quello che fu l’Occidente; fallito il progetto dello scontro di religioni, i grandi poteri economici e politici, come dicono i promotori del dialogo cristiano-islamico, cercano di ridurre Islam e cristianesimo a loro “semplici appendici”; intanto, come lugubre metafora di ciò che sta accadendo, l’oro nero, cioè la merce più apprezzata e remunerativa del Mercato globale, sgorga inarginato, irraggiungibile e improduttivo dal fondo dell’oceano portando devastazione nella natura, morte agli animali e suicidi e disperazione tra gli uomini.

Come si risponde a tutto ciò, è un problema culturale, o per meglio dire, è un problema di cultura politica, assolutamente fuori della portata della politica senza cultura oggi vigente da noi. Aggregare tutti gli egoismi in un’unica grande alleanza con cui mantenere a tutti i costi il potere, come tutte le volte che non è stata sconfitta ha fatto la destra italiana, non è una risposta. Proclamare il verbo del “si salvi chi può”, scatenando la guerra tra i poveri, non è una risposta. Ritagliare un’area di benessere in cui accumulare e trattenere denaro e privilegi, rompendo l’unità fiscale dello Stato, e aizzando dieci milioni di padani a scendere in campo per difenderli, non è una risposta; distruggere ogni articolazione sociale, imponendo agli operai una specie di giuramento antimodernista di incondizionata obbedienza a padroni benefici che portano in dono il lavoro, come i re Magi, non è una risposta; salvarsi con l’8 per mille, col sovrappiù di un continuo travaso di soldi pubblici ad imprese religiose, non è una risposta.

E infatti i vecchi equilibri politici si stanno spezzando. Nella coalizione di governo siamo ormai ben oltre le punture di spillo e i mal di pancia. Fini ha alzato il livello dello scontro, ponendo come ragione di conflitto un tema supremo, dirimente, su cui la destra populista non può restare insieme: l’unità nazionale non si tocca, ha detto, la Padania è un’invenzione. Se la Padania è un’invenzione, è un’invenzione la Lega. Il pilastro del governo crolla, nella sua furia Bossi evoca il vero spettro che c’è dietro la figura politicistica e anti-ideologica dell’Italia bipolare: c’è la figura di due Italie messe in conflitto e spinte a una resa dei conti tra loro, fino a negarsi violentemente l’un l’altra. Il capo del governo, che è un animale politico (non nel senso aristotelico) ha subito fiutato il pericolo della disgregazione e sfidando Fini e Napolitano ha raddoppiato la posta pretendendo il varo della legge sulle intercettazioni entro l’estate. E ciò con l’idea di ristabilire nel suo schieramento l’omertà rotta dal presidente della Camera (su una legge, poi, che promette nuove impunità al sistema politico), oppure di finire la legislatura in attacco giocandosi tutto in una nuova prova del fuoco elettorale, supposta a lui congeniale. L’eterno ritorno del passato.

Per uscirne, occorre non cercare di ritagliarsi una nicchia, del resto inesistente, in questo disastro. Occorre invece contrapporsi alla cultura della decadenza, rimettere in discussione i fatti compiuti (perché sono compiuti da noi, non sono un destino); guai se la globalizzazione dovesse definitivamente significare null’altro che stabilire un sistema di vasi comunicanti, in cui si perdano le differenze e in cui il livellamento di salari, di opportunità, di tutele, di saperi, avvenga verso il basso. Occorre invece riprendere i grandi filoni delle culture del Novecento, abbandonati o traditi: le Costituzioni, il Concilio, la cultura dei diritti, l’eguaglianza, la liberazione dei popoli, l’internazionalismo, la pace, e rimettere mano a costruire la casa. Allora la democrazia tornerebbe a prendere senso, i partiti tornerebbero a rappresentare la ricchezza delle tradizioni e del pluralismo politico, e la Chiesa tornerebbe a dire (e soprattutto a far ascoltare) parole di vita.

Raniero La Valle è presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione. Ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967), quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in Parlamento come indipendente di sinistra; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’amore finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.
 

Commenti

  1. fabio

    Mi pare purtroppo che questa lucida analisi non trovi oggi nessun interlocutore politico disposto a raccoglierla,soprattutto in Italia. La scelta del futuro essendo privilegio di una elite differenziata in due componenti, o conservatrice con punte di xenofobia, o efficentistico aziendalista con arie di progressismo, ma entrambe ben impegnate a tenere il vero soggetto della democrazia inteso come popolo o se preferite maggioranza dei cittadini,ben al di fuori dell’esercizio della propria sovranità.

  2. enrica noseda

    Condivido pienamente e, in tema di interlocutori politici: in Parlamento non abbiamo “partiti” che rappresentano una alternativa al filo capitalismo dilagante semplicemente perchè la maggioranza degli italiani non li ha votati e li ha estromessi dalle stanze del bottoni.
    se non abbiamo interlocutori perché in parlamento abbiamo messo gli interlocutori sbagliati, in quanto anche il PD che si spaccia per centro sinistra di fatto ricalca esayyamente i democratici americani che antepongono comunque gli interessi economici di alcuni a quelli della comunità tutta
    Ssarebbe forse di essere meno scemi e rimetterceli, magari pretendendo che la piantino di essere bambocci e di voler salvare il mondo a casa nostra in quanto le questioni che riguardano altri paesi devono essere risolti a livello internazionale, pena la guerra fra poveri

  3. enrica noseda

    Condivido pienamente e, in tema di interlocutori politici: in Parlamento non abbiamo \"partiti\" che rappresentano una alternativa al filo capitalismo dilagante semplicemente perchè la maggioranza degli italiani non li ha votati e li ha estromessi dalle stanze del bottoni.
    se non abbiamo interlocutori perché in parlamento abbiamo messo gli interlocutori sbagliati, in quanto anche il PD che si spaccia per centro sinistra di fatto ricalca esayyamente i democratici americani che antepongono comunque gli interessi economici di alcuni a quelli della comunità tutta
    Ssarebbe forse di essere meno scemi e rimetterceli, magari pretendendo che la piantino di essere bambocci e di voler salvare il mondo a casa nostra in quanto le questioni che riguardano altri paesi devono essere risolti a livello internazionale, pena la guerra fra poveri

  4. rossana

    Condividendo in pieno l’analisi di R. La valle, mi chiedo continuamente cosa si può fare oltre che esprimere con le parole il nostro dissenso.Ho sempre l’impressione di stare alla finestra a guardare,senza fare nulla, ma non basta essere sfiduciati..perchè se a questo punto non si fa nulla si diventa complici di questo sistema.. quando invece cerco di darmi una risposta, l’unica che vedo possibile ma da scartare, è sperare in una vera alzata di scudi…che inevitabilmente porterebbe alla guerra civile….e quanti ci seguirebbero? e l’uso della forza oggi che senso avrebbe di fronte alla forza subdola dell’assoggettazione indotta e convinta dal sistema che è riuscito a coinvolgere i più senza che se ne accorgano?Con i continui voti di fiducia si è esautorato il Parlamento..L’opposizione non riesce a farsi sentire..Ricordiamoci delle folle inneggianti a Mussolini…

  5. rossana

    Condividendo in pieno l\’analisi di R. La valle, mi chiedo continuamente cosa si può fare oltre che esprimere con le parole il nostro dissenso.Ho sempre l\’impressione di stare alla finestra a guardare,senza fare nulla, ma non basta essere sfiduciati..perchè se a questo punto non si fa nulla si diventa complici di questo sistema.. quando invece cerco di darmi una risposta, l\’unica che vedo possibile ma da scartare, è sperare in una vera alzata di scudi…che inevitabilmente porterebbe alla guerra civile….e quanti ci seguirebbero? e l\’uso della forza oggi che senso avrebbe di fronte alla forza subdola dell\’assoggettazione indotta e convinta dal sistema che è riuscito a coinvolgere i più senza che se ne accorgano?Con i continui voti di fiducia si è esautorato il Parlamento..L\’opposizione non riesce a farsi sentire..Ricordiamoci delle folle inneggianti a Mussolini…

  6. Bliss

    Anche io mi chiedo, come Rossana, cosa fare?
    Mi viene in mente: cambiare mentalità e iniziare a creare COMUNITA’ nei quartieri delle grandi città e nei singoli paesini, iniziare a conoscerci, a parlarci di nuovo, organizzando feste del vicinato ad esempio, iniziare di nuovo a coinvolgerci a livello locale per “attivarci” rispetto ai problemi. Questo possiamo farlo tutti, è alla nostra portata ed è un cambiamento della vita REALE. Certo, occorre investire energie, ma nulla si ottiene se nulla si fa. E se le cose vanno male non basta, come diceva anche Rossana, prendere coscienza e lamentarsi. La “lamentatio” generale non sta portando a nulla. Anzi, sta portando a mio avviso anche scoraggiamento. Occorre iniziare ad agire laddove possiamo e visto che tutti siamo localizzati da qualche parte, iniziamo da dove siamo. E’ un allenamento, un riprendere fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità di agire sulla realtà per cambiarla, unico antidoto che vedo al disfattismo dilagante. Se infatti non ci attiviamo neanche per la sporcizia su cui ogni giorno camminiamo e respiriamo, per i servizi che ogni giorno usiamo, per il povero davanti al quale passiamo ogni giorno o per il vicino di casa che ha subito un’ingiustizia, come possiamo allora essere pronti ad agire per cose ancora più grandi?
    Riprendiamoci la nostra vita e diventiamo consapevoli che abbiamo un potere di azione, le nostre azioni non sono neutre nè irrilevanti!
    Sono passati 150 anni dalla fondazione della nazione e 65 anni dalla fine della seconda guerra mondiale: quando arriverà la nostra maturità come popolo?
    Il bambino dipende e si sente impotente, l’adolescente sperimenta il proprio potere di azione, l’adulto è consapevole di sé e sa agire sulla realtà. A me sembra che molti di noi si aspettino ancora le carezze del pater-patria-classe politica. Svegliamoci! Tanto più che la classe politica ormai è vecchia e corrotta e i valori del “buon padre di famiglia” sono da tempo stati sostituiti dall’arrivismo.

  7. Bliss

    Anche io mi chiedo, come Rossana, cosa fare?
    Mi viene in mente: cambiare mentalità e iniziare a creare COMUNITA\’ nei quartieri delle grandi città e nei singoli paesini, iniziare a conoscerci, a parlarci di nuovo, organizzando feste del vicinato ad esempio, iniziare di nuovo a coinvolgerci a livello locale per \"attivarci\" rispetto ai problemi. Questo possiamo farlo tutti, è alla nostra portata ed è un cambiamento della vita REALE. Certo, occorre investire energie, ma nulla si ottiene se nulla si fa. E se le cose vanno male non basta, come diceva anche Rossana, prendere coscienza e lamentarsi. La \"lamentatio\" generale non sta portando a nulla. Anzi, sta portando a mio avviso anche scoraggiamento. Occorre iniziare ad agire laddove possiamo e visto che tutti siamo localizzati da qualche parte, iniziamo da dove siamo. E\’ un allenamento, un riprendere fiducia in noi stessi, nelle nostre capacità di agire sulla realtà per cambiarla, unico antidoto che vedo al disfattismo dilagante. Se infatti non ci attiviamo neanche per la sporcizia su cui ogni giorno camminiamo e respiriamo, per i servizi che ogni giorno usiamo, per il povero davanti al quale passiamo ogni giorno o per il vicino di casa che ha subito un\’ingiustizia, come possiamo allora essere pronti ad agire per cose ancora più grandi?
    Riprendiamoci la nostra vita e diventiamo consapevoli che abbiamo un potere di azione, le nostre azioni non sono neutre nè irrilevanti!
    Sono passati 150 anni dalla fondazione della nazione e 65 anni dalla fine della seconda guerra mondiale: quando arriverà la nostra maturità come popolo?
    Il bambino dipende e si sente impotente, l\’adolescente sperimenta il proprio potere di azione, l\’adulto è consapevole di sé e sa agire sulla realtà. A me sembra che molti di noi si aspettino ancora le carezze del pater-patria-classe politica. Svegliamoci! Tanto più che la classe politica ormai è vecchia e corrotta e i valori del \"buon padre di famiglia\" sono da tempo stati sostituiti dall\’arrivismo.

  8. Daniele Q

    D’accordissimo con Bliss, sono necessari cambiamenti “dal basso”.
    E’ finita l’epoca dei leader in cui si sperava che con un voto si producesse qualcosa di nuovo. Il cambiamento è nelle nostre mani a partire dal quotidiano.
    Le esperienze dei GAs, dell’associazionismo, delle liste civiche stanno rivoluzionando il nostro modo di pensare e le nostre scelte personali.
    Internet ci sta aiutando a capire di più, se riusciamo a usarla con criticità e consapevolezza.
    Aggiungerei che c’è bisogno anche di una nuova dimensione spirituale per supportare questi duri tempi.

  9. Paola

    Tutti sappiamo che dopo questa crisi il mondo non sarà come prima, ma questo non significa che dobbiamo rinunciare a condurre battaglie culturali, sui diritti partendo dal nostro vivere di ogni giorno e spronare la parte più giovane della società a non rinunciarci e da li nascerà forse una nuova classe politica.

  10. nicoletta

    Gentile Raniero, penso che tutti possano condividere quanto è nel suo articolo. Da parte mia però non perdono agli uomini di Chiesa il comportamento tiepido con il quale accettano spesso con un tantino di passività che la dignità umana venga calpestata impunemente dagli uomini di Governo: parlo del trattamento che dovrebbero ricevere gli operai con i contratti capestro che sta proponendo i nuovi proprietari d’Italia: parlo dell’innalzamento dell’età pensionabile che i signori del Governo in cravatta Verde (che non hanno mai lavorato in una fabbrica) vogliono imporre per sistemare conti del sistema pensionistico che sono stati guastati Governo dopo Governo sottraendo somme per le casse integrazione e per vari altre necessità che via via si sono presentate.
    Questi uomini di Chiesa, se Credono, dovrebbero presentare il conto: giudicare e condannare il comportamento di chi dicendo si Cristiano semina odio e divisione e favorisce i ricchi a danno dei poveri.

  11. Bliss

    Rispondo a Nicoletta con una frase di Gandhi: “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
    Dire i politici non vanno, la chiesa non va, ok, è tutto vero, così le cose non vanno. Lo abbiamo capito ormai in tanti. Sento le stesse cose da sempre.
    A mio modestissimo parere è tempo di proporre e ri-costruire cose nuove, e spetta ad ognuno di noi fare la sua piccola-grande parte, non possiamo più sottrarci e pretendere che il cambiamento arrivi dall’alto, semplicemente perché non arriverà. Il potere tende sempre a riprodurre se stesso.
    Ho citato una frase di Gandhi perché ogni volta che mi scoraggio e penso: cosa potrei fare da sola? Penso che Gandhi, una persona sola, con il suo esempio e il suo coraggio ha cambiato la storia. E come lui ce ne sono altri.
    Personalmente non aspetto più né la chiesa né i politici, ma credo che ognuno di noi possa (e da un certo punto di vista, se si lamenta della realtà, debba) realizzare il cambiamento, anche (ma non solo) stimolando le istituzioni politiche e religiose.