La Lettera

Per ripulire la democrazia inquinata i ragazzi hanno bisogno di un giornale libero

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È abbastanza frequente che editori della carta stampata chiudano i loro giornali. Anche a me è capitato quando dirigevo “L’Avvenire d’Italia”, e oggi si annuncia una vera e propria epidemia a causa della decisione del governo di togliere i fondi all’editoria giornalistica. Ma che chiuda Domani di Arcoiris Tv, che è un giornale on line, è una notizia …

La Lettera

Domani chiude, addio

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L’ironia di Jacques Prévert, poeta del surrealismo, versi e canzoni nei bistrot di Parigi, accompagna la decadenza della casa reale: Luigi Primo, Luigi Secondo, Luigi Terzo… Luigi XVI al quale la rivoluzione taglia la testa: “Che dinastia è mai questa se i sovrani non sanno contare fino a 17″. Un po’ la storia di Domani: non riesce a contare fino …

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Teatro bene comune per il palcoscenico di dopodomani

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Teatro Municipal - Foto di Elton Melo

“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, ed il teatro è una grande forza civile, il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”. Parole di Leo …

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Il governo Berlusconi non è riuscito a cancellare l’articolo 18, ci riuscirà la ministra Fornero?

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Roma 23 marzo 2002: l'ex segretario Cgil Sergio Cofferati al Circo Massimo

Il governo Monti ha perso il primo round con Susanna Camusso che fa la guardia alla civiltà del lavoro, fondamento dell’Europa Unita. Sono 10 anni che è morto Marco Biagi, giuslavorista ucciso dalle Br. Si sentiva minacciato, chiedeva la scorta: lo Scajola allora ministro ha commentato la sua morte, “era un rompicoglioni”. Rinasce l’odio di quei giorni? Risponde Cesare Melloni, …

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Chiara Trentin del Nordest, tra Giulietta musulmana e Romeo de' Capuleti leghisti

GENERAZIONE 600 EURO AL MESE (come sopravvivere senza andare a cena a Palazzo Grazioli)

29-06-2009

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Generazione 600 euro. Sebbene il titolo del film di Massimo Venier s’intitoli “Generazione 1000 euro”, l’Italia è popolata da giovani nati negli anni Ottanta, figli dell’era digitale postconsumista che, in cambio di 6-9 ore di lavoro al giorno, percepiscono 600 euro al mese e con questi soldi devono sbarcare il lunario. Magari arrabattarsi per mantenere un figlio all’asilo nido e pagare le bollette; con l’obbligo di mostrarsi allegri perché altrimenti, come direbbe Enzo Jannacci, “il loro pianger fa male al re; fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”.

Con il dovere poi di credere che il peggio della crisi è passato e che, comunque, stiamo meglio di altri paesi europei.

I dati ISTAT dicono il contrario. In Italia, 975.000 famiglie si trovano in condizioni di povertà assoluta; in queste famiglie vivono 2 milioni e 427.000 individui. La retribuzione dei dipendenti italiani è al penultimo posto dei paesi Ocse. Prima di noi anche Spagna e Grecia.

La situazione dei giovani italiani è peggiorata negli ultimi anni ed è attualmente una delle meno favorevoli nel mondo occidentale. Nella fascia d’età 20-25 anni poco più del 40% degli italiani ha una occupazione, contro il 60% degli altri grandi paesi europei. Tra i 25 e i 30 anni in Europa sono occupati 3 giovani su 4. In Italia la maggiore disoccupazione è giovanile, quasi il 10%.

“L’unico ammortizzatore sono le famiglie d’origine. Dagli appartamentini in città i giovani se ne vanno per cercare affitti più abbordabili. Nei paesi dell’intorno. In campagna. Addirittura, con una migrazione di disperato ritorno, in zone tradizionalmente considerate depresse”, dice Chiara Trentin, una operatrice culturale che lavora in una delle zone considerate tra le più ricche d’ Italia, il polo industriale conciario di Montecchio Maggiore, Arzignano, Chiampo, in provincia di Vicenza. Siamo nel Nordest, epicentro di flussi migratori sia interni che internazionali.

Come si può vivere in questi paraggi con 600 euro al mese?

Mia madre ha studiato lettere per diventare prof, ossia il principale e quasi unico sbocco lavorativo per le donne decenti della sua generazione (cosi potevano badare anche ai figli), grazie al presalario che le concedeva lo Stato (un’entità allora esistente). Da giovane responsabile, studiava forsennatamente storia romana e filologia romanza senza saltare un solo esame, per non perdere il suddetto presalario. La domenica andava a servire pollo e purè in un centro vacanze per anziani. Il presalario le permetteva solo cibi assolutamente economici, come wurstel e uova, che mangiava cucinati in vario modo da lunedì al sabato, mentre si permetteva pollo e purè la domenica. Sarà per questo che adesso ha un colesterolo alle stelle, forse accumulato precocemente in quegli anni.

Presalario e gioventù, un binomio felice. Adesso la gioventù si può prolungare all’infinito, con uno stipendio di 600 euro al mese. Vantaggi della globalizzazione.

Chiara è clandestina nel turbocapitalismo in panne

Arrivare viva alla fine del mese, non è cosa che le succede sempre.

“Lei è in rosso di 20 euro”, sentenzia l’impiegata delle Poste, guardando il suo saldo sul monitor.

“Capita!”, replica orgogliosa Chiara. Ma spera che sia l’ultima volta, e di notte, sogna di navigare in un mare di soldi.

La città è tappezzata di volantini “Cerchi un prestito? Te lo diamo noi!”, ma tutti chiedono un lavoro a tempo indeterminato, e utopie del genere.

Chiara vive coi genitori, non potendo permettersi un affitto, come vorrebbe l’età, assieme al ragazzo, seconda laurea in storia e con doppio lavoro

part-time: bibliotecario e dog-sitter. Si amano in macchina, sperando di non incontrare brutte sorprese, dalla gravidanza non desiderata allo stupro di gruppo. Di giorno, Chiara mette in atto una infinità di strategie stringicinghia. Basta cambiare l’ottica: dalla soddisfazione di bisogni e capricci individuali a una condivisione collettiva di necessità e virtù. Creatività solidale o solidarietà creativa.

Compra la frutta e la verdura solo due volte al mese in due diversi mercati rionali che vendono cose biologiche e che costano 1 euro al chilo. Non c’è più “lo sfizio”, ci sono “i minuti che ci possiamo permettere”. Ma è ancora possibile. Chiamare l’ex collega di dottorato in Kenya, con scheda da 5 euro per 115 minuti. O Skype, ancora più conveniente perché gratis. Vecchio telefono solo se si corre pericolo di vita. Chiara scrive i più veloci sms del West. Compra farmaci generici, rinuncia all’acquisto di libri e giornali, preferendo frequentare emeroteche e biblioteche. Cinema il martedì o mercoledì, a metà prezzo. Mobili, bicicletta o motorino, su e-bay. Vacanze di 36 ore con voli low cost comprati cinque mesi prima: finalmente, Parigi andata e ritorno a 10 euro. Pratica furiosamente tutto ciò che finisce in “ing”: chatting, bycing, skating, walking, jogging, eccetto shopping. Va sempre ai grandi centri commerciali, dove pullulano le boutiques di lusso. Ma per lasciare la macchina in quanto il parcheggio non costa. Niente palestra.

E’ campionessa in “solidariting”, nuova specialità dell’atletica, corsa ad ostacoli, che il CONI ha già proposto per le prossime Olimpiadi. Si tratta di abituarsi all’idea che alla terza settimana qualcuno ti chiederà 50 euro e tu dovrai saltare due ostacoli alla volta per non incontrarti con l’amica del cuore che rivuole indietro i 50 euro che ti ha prestato il mese prima. Bisogna scegliere se scroccare ininterrottamente sigarette, se continuare a fumare o se dimezzare il numero. O se raschiare col sorriso disperato il gratta e vinci ogni quanti giorni, col rischio di raddoppiare il numero di sigarette. Meglio annegare l’ansia del futuro in attività ludiche gratuite ed energizzanti.

Per vestirsi compra solo saldi. Ricicla vestiti da amici, molti dei quali ritirano i capi che lei non indossa più. Fa il pieno di diesel solo dove costa meno di un euro al litro e usa la macchina solo se serve. Quando va dai suoi, evita l’autostrada fin dove possibile.

Le serate fuori sono un retaggio del passato. Si balla nella casa dell’amico che vive coi condomini più sordi. Ciascuno porta stuzzichini e liquori dai vari discount. E CD di musica scaricata da internet, volgarmente chiamata “pirata”. Si risparmia benzina, biglietto d’entrata, cocktail da 6 euro, eventuale atavica rissa fra ubriachi, e l’aspetto più doloroso per un giovane: la vista dei carabinieri che chiudono la saracinesca del pub appena all’1 am, per via del decoro pubblico.

Da qualche tempo si ritrova spesso con il fratello (quello sposato, Ermanno, moglie e due figli) e l’altra sorella, Martina (celibe, con un figlio). Anche due giorni di seguito. Insieme, onorano la tavola del padre e della madre, che oltre al garage hanno una cantinetta con una damigiana di vino sfuso, comprato dal contadino, e tanti barattoli di marmellata, fatta dalla nonna con il cervello fino. Chiara è clandestina: nessuno deve sospettare che, oltre alla laurea e a un master, ha un dottorato di ricerca. Se ne vergogna un po’, errori di gioventù. Ricorda, in ottobre scorso, d’aver partecipato alla fiumana di 25.000 studenti che protestavano per i tagli all’Università, a Pisa. Lei camminava col gruppo dei colleghi perfezionandi della Scuola Normale e della Scuola Superiore Sant’Anna, centinaia di giovani trascinando il proprio trolley, sulla schiena etichette come “PhD in Diritto Internazionale. Data di scadenza: 2008. Destinazione ?”.

Il luogo si chiama Montecchio perché leggenda vuole che quello sopra il colle sia il castello di Romeo Montecchi, con a fianco il castello di Giulietta Capuleti. Anche se poi ha ambientato la storia di pugnali, veleni familiari e passioni cittadine nella vicina Verona, Shakespeare ha rubato in questa zona i versi dell’usignolo di quando l’amore ha eternamente quindici anni.

Ad Alte di Montecchio Maggiore vive Chiara; siamo in provincia di Vicenza, nel ex ricco Nordest. Chiara con 600 euro ci campa un mese. Chiara dice di far politica. Ma dal basso. Sta leggendo lo splendido racconto di Luis Sepùlveda Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (Salani, 2007).

Si parla di Kengah, una gabbiana dalle piume color d’argento, cui piaceva osservare le bandiere delle navi attraccate alla foce del fiume Elba, nel mare del Nord, perché sapeva che ognuna rappresentava un modo di parlare, di chiamare le stesse cose con parole diverse. ” Com’è difficile per gli umani. Noi gabbiani, invece, stridiamo nello stesso modo in tutto il mondo” commentò una volta Kengah con un compagno di volo. “Proprio così. E la cosa più straordinaria è che ogni tanto riescono anche a capirsi” stridette l’altro.

- Chiara, quante lingue si parlano ad Alte di Montecchio Maggiore, 23.400 abitanti, con incidenza del 30% di cittadini provenienti da altre nazioni?

- 70 lingue. Oltre che in italiano e nella lingua di Goldoni, le parole “come stai, amico mio?”, “lavoro”, “casa” e “ti amo” significano le stesse cose per tutti ma sono dette con fonemi di altre 67 lingue del nostro pianeta. Siamo quindi a quota 69, ma stamane ho visto in giro due persone nuove. In così ristretto spazio geografico e umano, abbiamo superato la settantina di lingue: Babel dei Montecchi.

- Com’è difficile per gli umani capirsi, non è vero?

- Mica siamo gabbiani, noi umani. E poi, ogni tanto ci riusciamo. O, per lo meno, tentiamo di capirci. Vieni con me, non ti faccio conoscere né l’Eden né il deserto di Geremiade. Semplicemente, qualcosa della mia terra, saldamente attraccata alla foce del mondo globalizzato.

Chiara mi racconta che i problemi sono tanti, nessuno se li nasconde. Problemi dovuti alla crisi economica, la vera madre nascosta di molte paure. Paura di non trovare un lavoro o di perderlo

(“Anche alle concerie c’è aria di crisi”). Di non arrivare alla fine del mese o di dover abbassare il livello di vita e di consumi.

- Paura della solitudine. Del futuro. Della rapidità del cambio. Di noi stessi che cambiamo “dentro”, e già non siamo più quelli di qualche tempo fa. E c’è sempre qualcuno che viene a dirci che cambiare è inevitabile, ma non ci insegna come fare a cambiare, senza perdere noi stessi.

” I gabbiani sorvolano la foce dell’ Elba, nel mare del Nord. “Banco di aringhe a sinistra” stride il gabbiano di vedetta e la gabbianella Kengah si tuffa, insieme agli altri. Ma quando riemerge, il resto dello stormo è volato via, e il mare è una distesa vischiosa di petrolio che le oscura la vista e le incolla le ali. A stento Kengah spicca il volo, raggiunge la terra ferma, poi stremata precipita su un balcone di Amburgo. C’è un gatto, su quel balcone, un gatto nero grande e grosso di nome Zorba, cui la gabbiana morente affida l’uovo che sta per deporre, non prima di aver ottenuto da lui tre solenni promesse.

“Promettimi che non mangerai l’ uovo” stridette aprendo gli occhi.

“Prometto che non mi mangerò l’ uovo” ripetè Zorba.

“Promettimi che ne avrai cura finchè non sarà nato il piccolo” stridette sollevando nil capo.

“Prometto che avrò cura dell’ uovo finchè non sarà nato il piccolo”

“E promettimi che gli insegnerai a volare” stridette guardando fisso negli occhi il gatto”

Chiara sostiene che, in questo nostro secolo, ogni adulto del Nordest è come quel gatto Zorba: nessuno gli ha mai detto come “volare”, come cambiare e come affrontare i cambi. I suoi genitori avevano avuto così tante ristrettezze di ogni tipo che si erano limitati ad aver cura dei propri figli. La generazione di Zorba invece è chiamata a una missione impossibile: apprendere e insegnare a volare. E a volare alto. Pena, essere inghiottiti dalla macchia nera vischiosa, la peste del mare: il conformismo.

Chiara di troppo

Il triangolo Montecchio-Arzignano-Chiampo è tra i più industrializzati del Nordest; la crisi investe anche il settore della concia (del quale, secondo la Venice International University, l’industria italiana è leader mondiale con circa il 20% della produzione mondiale ed il 70% di quella europea – fatturato: 3 milioni di euro annui). Le oltre 2.000 aziende artigianali soffrono uno stillicidio continuo di persone messe in casse integrazione o in mobilità.

“Io la chiamo ‘crisi matrimoniale’”, dice il sindaco Stefano Fracasso. “Nei nostri territori gli imprenditori hanno ‘sposato’ il lavoro e, da un punto di vista della psicologia collettiva, la crisi costituisce un colpo troppo forte, perché chi ha investito tutta la sua vita sul lavoro, si sente tradito e non riesce a capire da chi”.

Mica è preparato per la decrescita alla Latouche, con riconversione del superfluo consumistico in produzione di generi prioritari, servizi comunitari, più sobrietà personale e familiare, altri valori e modelli, affetti e qualche libro. Mica si rassegna a rallentare. Fin da piccolo, gli hanno insegnato a correre ma nessuno gli ha mai spiegato chi doveva inseguire e perché.

In lontananza, si scorgono i monti di Rigoni Stern, altipiano di Asiago. Ancora più lontano rispetto al microcosmo in cui vive Chiara, è il ricercare solitario di Mario nella terra e nel bosco, via dalla guerra e dal nonsenso della competizione, una fragile umanità . Anche l’amara ironia di Meneghello è perduta ormai. Libera nos a malo. Quello che ci riserva il futuro.

Chiara è una pedone di troppo, tra tutte le auto che scaricano i bambini davanti all’entrata della scuola elementare dove fa la mediatrice culturale. Da un fuoristrada nero abbaia un rottweiller feroce e scende una bambina dolce di sette anni. La madre, una signora in nero (dov’è la tavolozza dei colori?), trentenne dirigente in carriera in uno dei gruppi conciari più potenti d’Europa con delocalizzazioni in Brasile (dove vengono fatte le operazioni più inquinanti e puzzolenti. “Sa, qui da noi ci sono tutti questi verdi ecologisti che rompono le palle!”), saluta la figliolina con un sorriso alla Milly Carlucci (“Ciao, Sabrina!”). Alla domanda di Chiara “come si trova la sua piccola con il maestro unico?”, risponde furiosa alla Golda Meir (oppure Crudelia de Mon, la dama cattiva nel film “La carica dei 101″): “Una catastrofe. In classe è arrivato un altro ragazzino delle terre matte. Dell’Azerbaijan. Come se non bastassero tutti i marocchini che già ci sono, provenienti dall’Africa e dalla Romania. Adesso vogliono anche la moschea. Questo è troppo!”.

“La sua famiglia, come se la cava in questa crisi?”

Bastansa ben, dai. Tirèmo avanti”.

“E i prezzi?”

“Sono diminuiti”, risponde. Abbaia ancora il rottweiller feroce e, sgassando il motore inferocito del fuoristrada nero, se ne va la signora verso la sua multinazionale con la disperazione nel cuore, pensando alla dolce Sabrina con un compagno di banco dell’Azerbaijan senza le scarpe Nike e il telefonino Nokia, che da grande farà il muezzin su un minareto più altro del vecchio campanile, oh sciagura!

Secondo Massimo Lolli, manager alla Marzotto e autore del romanzo “Il lunedì arriva sempre di domenica”, il “bastansa ben, dai. Tiremo avanti” la dice tutta sull’aurea mediocritas tipica di queste zone, dove l’immagine “conta” perché, come scrive Antonio Scurati; “la felicità di essere invidiati è glamour. Essere invidiati è una forma solitaria di rassicurazione”. Ed ogni donna deve essere al contempo spettatrice-compratrice, cioè “invidiare se stessa per ciò che diventerà se compra il prodotto”.

Bastansa ben, dai“: una delle tante frasi conformiste, che come puntini rossi del morbillo fioriscono su un corpo sociale dove ogni naturale evoluzione e complessità vengono percepite come un attacco virale all’identità e giocate sardonicamente come un “troppo”, non gradito, please.

“Troppi migranti, non c’è sicurezza”, è lo slogan vincente dei leghisti, che hanno troppo poca confidenza con la geografia mondiale e con le biblioteche. “Troppi leghisti”, dicono gli sconcertati di sinistra, quando constatano che gli operai della FIOM-CGIL simpatizzano per Franceschini ma votano come sindaco della loro amministrazione comunale il candidato proposto da Bossi.

“Troppi migranti stranieri, ci occorrono altri volontari”, è l’appello della Caritas che si prodiga troppo nella distribuzione di beni di prima necessità, microcrediti e fondi di solidarietà, e troppo poco nel predicare “giustizia sociale”.

Aumentano ogni giorno gli episodi di rimpatrio volontario; gli stranieri di troppo, quelli senza lavoro, tornano nei paesi d’origine dove dovranno ricominciare tutto daccapo. Frustrati e irrisi, in patria saranno doppiamente stranieri. Un’Italia di troppo sulle spalle.

Il padre di Chiara è senza lavoro e pertanto sessualmente indesiderabile

Il tunnel della disoccupazione è nero pesto per chi ha superato i cinquant’anni, come Giuseppe, il padre di Chiara. Pratica il ciclismo, si tinge i capelli e fa volontariato sperando di contrabbandare ancora giovinezza sia per trovare un qualsiasi lavoretto sia per “acchiappare”. In fatto di donne e di amori, è triste per chi non ha una qualsiasi busta paga ed ha accumulato troppa giovinezza.

I “vecchi” sono da rottamare; tutte le istanze di rinnovamento sono scaricate sui 25-30enni, di generazione precaria e flessibile. Il disoccupato giovane, di giorno, invia curriculum vitae e frequenta master. Il suo essere giovane è merce di scambio. E’ un capitale da tenere in ben in vista.

Al sabato notte, senza esibire la busta paga, con venti euro, un giovane può entrare in un club privè dove, su un lungo tavolo attorno al quale sono assiepati tantissimi giovani di entrambi i i sessi, può stare seduto per tre minuti e parlare con la ragazza di fronte, cercando di sedurla. Scaduti i tre minuti, deve cambiare di sedia e di partner. Ci scappa sempre qualche numero di telefono.

Il fratello di Chiara non conosce il vicino di pianerottolo e ha amici in Nuova Zelanda

Ivo fa il primo anno alla facoltà di biotecnologia; non sa in cosa consisterà la laurea ma il tutto suona a futuro. Oscuro, chiaramente (che orrido ossimoro!). Quando in famiglia l’avvisano che il pranzo è pronto, esce dalla sua stanza, prende il piatto dalla tavola e ritorna a chiudersi in camera sua, davanti a Facebook e Messenger. Di lui, Chiara non ricorda una fidanzatina di sorte, né amicizie di scuola o compagni di sport. Ivo non conosce il vicino di pianerottolo. Nella società globalizzata, il vicino è un potenziale nemico. Fin da bambino, gli è stato vietato di far visita o di giocare con il vicino. ” L’orco pedofilo” è chi meno t’aspetti, sempre un conoscente.

Ci si può fidare solo dei lontani. Ivo ignora il prossimo suo, che può essere una notizia (“sono arrivati i carabinieri, è partita un’autoambulanza”) ma non un sentimento. I concittadini e i connazionali sono esclusi dalla sua empatia. Dodici ore al giorno davanti al suo blog. Dorme poco, Ivo. Va bene così, dice. Una questione di fusi orari: i suoi amici vivono all’altro capo del mondo. Li trova solo, quando nel Nordest è notte fonda, quasi all’alba. Soprattutto, con quelli che vivono in Nuova Zelanda, la comunicazione è intrisa di sessualità e di confidenze intime. Ivo ha tante amiche virtuali, di cui vive la prossimità attraverso il monitor. L’eros, come etica della lontananza. Ivo ha compassione. Delle foche in estinzione.

In questo progresso scorsoio

Chiara ama il poeta veneto Andrea Zanzotto, che denuncia l’insensibilità che annulla l’uomo e la “rapificazione delle teste”, che porta alla vampirizzazione del territorio e all’autodistruzione. Come il grande vecchio inascoltato Andrea, Chiara crede ancora nella prossimità. Non ha ideali né modelli. Non crede né alle parole dei manifesti né a quelle delle encicliche. Preferisce essere conosciuta solo per quello che fa: operatrice di una cooperativa di mediazione culturale nella scuola e nei condomini.

I problemi di convivenza tra cittadini provenienti da altri paesi e cittadini italiani ci sono, e acuti soprattutto dentro i condomini. Incomprensioni, stereotipi da un lato e dall’altro. Diffidenze, sospetti, violenza in agguato. I Capuleti del terzo millennio aspettano un segnale dai Montecchi. E viceversa. Per accusarsi (“E’ tutta colpa dei Capuleti!” “I Montecchi hanno attaccato per primi!”). Si incarica di raccogliere percezioni su eventuali situazioni di disagio e difficoltà di gestione nei rapporti intercondominiali. Entra in contatto con le famiglie che vivono in certi palazzi di Alte, nelle zone a maggiore concentrazione di immigrati in via Fermi, viale della Stazione, piazza Fraccon Carli, via Peroni ecc. Ascolta, facilita la comunicazione tra le parti e, ove possibile, interviene con azioni educative di mediazione culturale e rispetto delle regole condivise. Come per molte altre iniziative in corso, anche per questa l’obiettivo è costruire insieme la cittadinanza, che non è semplicemente l’andare a votare e delegare a qualcuno. E’ l’esercizio da parte delle persone, di atti e azioni quotidiane che hanno impatto nello spazio pubblico circostante, secondo criteri di coerenza e aderenza con gli obiettivi condivisi dalla collettività.

Per questo, la sua cooperativa insegna a volare, cioè a spostare l’attuale schematismo comunicativo di Montecchi contro Capuleti da “italiani” contro “stranieri” al ruolo che, di volta in volta, ognuno esercita, costruendo nella vita di ogni giorno elementi di un tessuto generativo indipendente dalla cultura di provenienza di ciascun cittadino. Nella fattispecie, per Chiara le persone all’ interno di un palazzo non si dividono tra “italiane”, “marocchine”, “indiane”, “serbe”, “mussulmani”, “cattolici” ecc. Tutte sono semplicemente “inquilini”. Dentro una scuola, tutte sono esclusivamente “genitori”. Dentro una fabbrica, tutti sono “dipendenti”. Nel territorio, tutti sono cittadini.

Gabbianella Kengah, imparerà a volare il gatto Zorba?

Chiara mediatrice culturale a 600 euro al mese. Pronta a riscrivere, oltre alla banalità del razzismo, la storia di pugnali e veleni, nell’ex ricco NordEst.

Error: Impossibile creare la directory /ha/web/web/domani.arcoiris.tv/www/sito/uploads/2017/10. Verifica che la directory madre sia scrivibile dal server!Specialista in cooperazione internazionale. Autrice di "Romanzo di frontiera" (Albatros, Roma 2011), magia e realtá delle donne latinoamericane alla frontiera Messico-USA; "In Amazzonia" (Milano, Feltrinelli, 2006); "La Ternura y el Poder" (Quito, Abya Yala, 2006); "Una canoa sul rio delle Amazzoni: conflitti, etnosviluppo e globalizzazione nell'Amazzonia peruviana" (Gabrielli Editore, Verona, 2002); co-autrice di "Prove di futuro" (Migrantes, Vicenza, 2010).
 

Commenti

  1. nunziata russo

    da diversi giorni cercavo come campare senza soldi,diciamo che io sono più fortunata per il lavoro,ma siamo in quattro due ragazzi in età scolare,marito disoccupato,ti dirò prendo più di te ma non arrivo a fine mese. Oltre al tuo articolo n’è ho letto un altro di un scrittrice tedesca che da 11 anni campa senza soldi e fondata DAI E PRENDI.
    Sai che pensiero mi è venuto,allora sono brava in matematica,so lavorare all’uncinetto,sono brava al pc,disponibile a pulizie,a badare anziani nei week-end,sono brava a fare le torte,io darei questi servizi in cambio di qualcuno che mi paga le diverse bollette arretrate. Tu che ne pensi?