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Raniero LA VALLE – Il falso testamento: muore il Paese e il parlamento tace per legiferare sull’angoscia del fine vita della gente qualsiasi

14-07-2011

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È un pessimo segno dei tempi il fatto che il Parlamento, non potendo occuparsi del bene del Paese rimasto in poche sporchissime mani, si sia incattivito nell’impresa di dettare norme su come morire. Costituzionalmente disabile, per come è stato eletto, a provvedere alla vita, si dedica alla morte. Il Parlamento lo fa non solo dettando per legge i termini della “morte naturale”, ma intromettendosi in quella sfera personalissima che una volta era il cosiddetto testamento spirituale, nel quale ciascuno pensava se stesso nel momento futuro della morte, per vedere quale fosse l’ultima parola da lasciare ai vivi.

Di questa parola il legislatore si appropria, del testamento fa carte false, o anche carta straccia; si chiama testamento biologico, ma in realtà è l’atto di fede in cui una persona dice come crede nella vita: se crede che la vita non stia tutta nella vita fisica, sicché se si lascia questa non è la vita intera che si lascia; se crede alla distinzione tra nuda vita, vegetale o animale che sia, e una vita rivestita dell’umano, e magari umanizzata dallo spirito divino; oppure crede che senza ventilazione non c’è nessuna vita.

È triste e pericolosa una società nella quale si sente il bisogno di fare una legge sulla morte, soprattutto per proibire una buona morte, che in greco si dice eutanasia. Vuol dire che siamo arrivati a un grado di tale sospetto reciproco, di tale sfiducia nei parenti, nei medici, negli infermieri, nei giudici come se tutti fossero lì pronti a toglierci la vita, che c’è bisogno di una legge, di una ferrea norma penale per vietarglielo. Una volta, quando si moriva in casa, e quando le macchine non intercettavano quello che si chiamava “il ritorno alla casa del Padre”, ciò sarebbe stato inconcepibile.

Ma ora abbiamo a che fare con un legislatore che pretende di estendere il suo controllo su tutte le pieghe della realtà, e con una maggioranza parlamentare che ha patito come uno scacco, come un’intollerabile usurpazione il fatto che la povera Eluana Englaro morisse un attimo prima che un suo sovrano decreto glielo impedisse. Vuole una rivincita su tutte le Eluana Englaro del futuro.

La Chiesa farebbe bene a non mettercisi in mezzo. Per molte ragioni. La più mondana è che se la Chiesa detta alla politica l’agenda etica, una politica cattolica, fatta o ispirata dai cattolici, non è più possibile: è possibile solo una politica ecclesiastica eseguita magari da miscredenti e corrotti per tutt’altri motivi. Fino a quando la Chiesa dei vertici si assume la titolarità delle scelte politiche che giudica per lei rilevanti, la Chiesa della base, cioè i fedeli laici non possono farci niente, ed è inutile auspicare una nuova generazione di politici cattolici e magari proporre ad attempati pionieri di una nuova DC un codice della Segreteria di Stato arcaicamente chiamandolo codice di Camaldoli.

La ragione più ecclesiale è che il declino della Chiesa in Italia, dopo gli anni del Concilio, è cominciato quando essa si è tutta concentrata ed esaurita nella lotta contro il divorzio, e poi in quella dell’aborto, e poi, sempre più polarizzandosi, in quella per la vita “dal concepimento alla morte naturale”; ciò comportava una riduzione del cristianesimo a una sorta di Autorità di garanzia della vita fisica (purché “innocente”) e un invilupparsi del movimento cristiano nei movimenti per la vita. Di conseguenza doveva venirne l’arretramento del suo progetto religioso in progetto culturale.

La ragione più spirituale è che nella riduzione della fede ad etica, cioè a casistica dei comportamenti ammissibili, si perde l’essenziale del messaggio di salvezza. La religione dei precetti c’era già, erano tanti, ed era il giudaismo. Se c’era da aggiungerne di nuovi, a ogni cambiamento di culture e di tecniche, non c’era bisogno che partorisse Maria. La novità del cristianesimo sta nell’aver portato l’etica, la norma dell’agire, dal dominio della verità al dominio dell’amore, dal regno dell’obbedienza al regno della libertà. Ogni volta la Chiesa fa fatica ad essere la Chiesa di quel messaggio lì: è più semplice affermare una verità, dichiararla oggettiva (intemporale universale e astorica) ed esigere comportamenti conseguenti.

L’ultima volta fu quando nella “Pacem in terris” Giovanni XXIII voleva dire agli uomini che se volevano la pace, dovevano farsi guidare (ducibus) dalla verità, dalla libertà, dalla giustizia e dall’amore. I censori gli obiettarono che non si poteva mettere sullo stesso piano la verità e la libertà, perché il magistero dei recenti pontefici aveva stabilito una gerarchia, era la verità che doveva decidere di tutto, la libertà era vigilata, doveva passare all’esame di chi deteneva la verità. Non parliamo poi dell’amore. Papa Giovanni lasciò quelle parole come stavano. La dignità dell’uomo stava nel poter cercare liberamente la verità, l’etica stava nel farsi discepoli dell’amore di Dio.

Raniero La Valle è presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione. Ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967), quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in Parlamento come indipendente di sinistra; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’amore finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.
 

Commenti

  1. Tonin Bardhi

    Non sono molto d’accordo che si metta fuori la chiesa fuori dalle decisioni, io faccendo parte della chiesa sono chiamato a dire pure la mia.
    Caso mai che lo stato non ha piu le forzo e chiede sempre aiuto al clero e non alla chiesa quai faccio parte pure io.

    In piu stiamo vivendo in società massonica dov’è regna l’egoismo e il menofreghismo.

    E rifiutiamo a vivere la vità in tutte le sue complesitta

  2. Fulvio Bortolozzo

    C’è più Vangelo in una canzone di Fabrizio De Andrè che in ognuno dei comportamenti politici del Vaticano postconciliare. Lámore di Dio sembra aver scelto altre strade nel mondo, lasciando ai custodi dell’ortodossia clericale di lastricarsi le loro strade infernali.

  3. Mauro Matteucci

    Purtroppo la Chiesa è complice di questo regime puttaniere e fedifrago che la esenta dall’ICI, finanzia le sue scuole, gli dà ragione sulle questioni “Irrinunciabili”, facendo morire nell’angoscia nella sofferenza o in una vita larvale: l’importante è che i suoi conti tornino. Sono un credente, ma questa Chiesa è ripugnante.

  4. Silvio MADDALENA

    Tutti i popoli del mondo, a prescindere dal continente, dalla latitudine e dall’etnia, quando sono stati abbastanza intelligenti per rendersi conto che non potevano evitare di morire un giorno, si sono inventati le religioni, che davano a loro la possibilità di rivivere post mortem,in fantastiche maniere, magari anche solo spiritualmente.
    Questo andava bene migliaia di anni fa, ma oggi, come si può credere ancora a quelle corbellerie preistoriche?

  5. cettina tidona

    Gesù lo aveva previsto quando si scagliava duramente contro i sacerdoti del tempio… a chiunque è stato toccato dal suo messaggio il dovere di testimoniarlo sempreeeeee !!!!

  6. Angelo REATI

    Vorrei fare un commento non “tecnico” (di professione sono economista, non teologo) alle affermazioni perentorie del sig. Maddalena.

    Il suo ragionamento é questo: l’uomo ha paura della morte e, per scongiurare questa paura, si é inventato l’aldilà.
    Vorrei osservare questo. Premesso:
    1) che l’uomo abbia paura della morte é cosa evidente.
    2) che l’uomo desidererebbe non morire mai é pure cosa evidente: l’aldilà corrisponde quindi ad una aspirazione fondamentale dell’uomo

    Detto questo, vorrei far notare l’errore logico in cui cade il sig. Maddalena.
    Dalle due premesse di cui sopra, il sig. Maddalena deduce che l’aldilà non esiste perché si tratta della proiezione di una nostra esigenza fondamentale.

    Questo é un vero e proprio salto logico: il semplice fatto di constatare che qualcosa corrisponde ad una mia esigenza fondamentale non prova né l’esistenza né la non esistenza di questo “qualcosa”. Questo perché il “qualcosa” in questione non dipende dalla mia percezione.
    Cioé, non si può escludere che l’aldilà sia la manifestazione inesistente della mia paura della morte; ma può anche darsi che non sia così. In altri termini, come sulla questione dell’esistenza di Dio, non si può provare la sua esistenza su basi strettamente logiche, ma non si può nemmeno provare il contrario, basandosi ad es. sul ragionamento in questione.
    Poiché non esiste una prova puramente razionale dell’esistenza o della non esistenza (dell’aldilà o di Dio) entriamo nel campo della fede. Una fede, però – ed é questo il punto –, che non é assurda, perché non ci chiede mai di rinunciare alla nostra ragione. Ovviamente, il discorso potrebbe essere sviluppato a lungo (estendendolo ad es. ai cosiddetti “miracoli”: un fatto che non sappiamo spiegare non implica necessariamente che ci sia stato l’intervento di Dio), ma non é questo il luogo per farlo.

    Cordialità

    Angelo Reati
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    Angelo Reati
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