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Piergiorgio GAWRONSKI – Cosa deve fare il PD per vincere le elezioni

17-01-2011

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Le elezioni politiche generali si avvicinano. L’Italia è alla ricerca di una via d’uscita da Berlusconi. Il centrodestra è già molto avanti nella definizione di un progetto–paese postberlusconiano, “Tremonti – Sacconi – Brunetta – Gelmini”, di destra, diverso dal partito di oggi. E il PD? Il principale partito di opposizione non ha ancora comunicato il suo progetto per l’Italia.

La vicenda di Mirafiori ha diviso l’Italia: non è possibile sopravvalutarne le conseguenze politiche. C’è stato per la prima volta un dibattito nazionale sull’economia; sulle difficoltà del paese, sul suo declino, sui suoi sogni e i suoi vincoli; sulle vie d’uscita alternative. La destra si è schierata con la Fiat, e ha dato alle posizioni di Marchionne un significato generale, politico, che esse non avevano. Il messaggio della destra è il seguente: «Noi possiamo portare l’Italia fuori dal declino, aprire una nuova fase di crescita, di modernizzazione. Noi scegliamo di fare i conti con la dura realtà della globalizzazione. E diamo la risposta migliore possibile: invece di ridurre i salari o l’occupazione, alla sfida competitiva noi rispondiamo con un aumento della produttività oraria. Noi favoriamo l’innovazione organizzativa delle imprese, gli investimenti, e quindi anche l’innovazione tecnologica ad essi associata. Noi stiamo dalla parte del cambiamento».

«Se noi vinciamo le elezioni, gente seria, come Tremonti, Brunetta, Sacconi, gente innovativa e giovane, come Gelmini e Prestigiacomo, alzerà la qualità del Berlusconismo. Noi siamo per ridurre il ruolo dello Stato (ad es. Sacconi rifiuta di intervenire con una Legge sulla rappresentanza sindacale), per la deregolamentazione delle relazioni industriali, del mercato del lavoro, della finanza, dei mercati dei beni e servizi. Pazienza per i tanti monopoli e cartelli, anche nel mercato politico: la casta è figlia di un cartello oligopolista; ma meglio la casta del caos. E i giochi al suo interno (la “democrazia”) dovranno restare molto condizionati dai soldi e dal potere mediatico: almeno voi saprete in tempo reale cosa facciamo. La sinistra invece decide nel chiuso delle sue stanze. Non vi coopta. Difende uno Stato fallimentare, corrotto, costoso. “Difende l’indifendibile, cioè conquiste inesorabilmente erose dalla realtà”: e vi conduce alla povertà. Perché in realtà difende le sue consorterie, le sacche del privilegio. Neanche in democrazia sono migliori di noi: le “primarie” sono farse; così per il resto: si riempiono la bocca di indignazione, ma si comportano da “casta”. Almeno, noi diamo una prospettiva al paese».

La sinistra di Vendola ha presentato l’accordo di Mirafiori come una fase del processo di corsa al ribasso negli standard sociali imposta dalla globalizzazione: a pensarci bene, è la stessa tesi della destra. Una tesi completamente sbagliata. L’idea è quella del piano inclinato (perché obiettivamente, stabilire che non si può scioperare di sabato quando ci sono gli straordinari sub accordo sindacale, a meno che non si tratti di iniziative individuali, non mi pare una «sospensione della sacralità della vita» – Vendola) : intaccare i diritti è il primo passo verso la schiavitù. Ma da che il capitalismo è il capitalismo, gli operai accettano contratti più duri nelle fasi negative del ciclo, per rifarsi ampiamente nelle fasi positive. Certo, i diritti costituzionali non si toccano, e se ci sono dei dubbi va bene anche ricorrere alla magistratura. Almeno avremo una parola chiara e definitiva sul contratto di Mirafiori. Ma è dovere dei leader di sinistra non prendere posizioni sbagliate, perché esse conducono all’isolamento e alla sconfitta.

Il Partito democratico si è diviso su Mirafiori. Gli elettori già immaginano con orrore cosa sarebbe un governo di coalizione guidato dal PD. Ma quel che è peggio, il PD non ha saputo avanzare una proposta autonoma, fra CISL UIL e FIOM, che salvasse il salvabile sul piano sociale ma anche sul piano produttivo, e desse ai lavoratori la sensazione che la loro dignità non è in discussione. Non ha guidato i processi: è andato a rimorchio dei contendenti. Non ha comunicato una sua idea autonoma delle relazioni industriali, dello sviluppo, del posto dell’Italia nella globalizzazione. Ha presentato in Parlamento, con Ichino, una proposta sulla rappresentanza sindacale: ma i suoi leader (Bersani, Veltroni) non hanno saputo spiegare al paese la valenza strategica (se ne ha) di tale proposta; né quali sono i suoi complementi necessari. Ora Fassino si candida a sindaco di Torino, Veltroni si prepara al “Lingotto 2: a volte ritornano!”. Il capoluogo torinese resta il crocevia della sinistra. Ma il PD gira in tondo. Perché? Credo che due siano i motivi principali.

In primo luogo, l’afasia progettuale del PD è figlia dell’esclusione degli intellettuali, nel senso di esperti, dai partiti. In una situazione tanto complicata come quella di Mirafiori, occorreva dare risposte fondate su una profonda conoscenza dei meccanismi dell’economia globale, del mercato dell’auto, e delle relazioni industriali. Il PD ha tante Fondazioni: ma la mediazione ferrea del personale politico che si interpone (salvo qualche eccezione) fra gli esperti e il potere inficia la capacità progettuale del PD. Che ne esce peggio di tutti: perché i “filo Marchionne” si sentiranno meglio rappresentati dal centrodestra, e i “filo Fiom” da SeL. Una terza posizione non è mai nata. Sono colpevoli personalmente i leader, e anche quei pochissimi economisti cooptati dai rispettivi partiti che fanno di tutto per limitare l’approdo e i contributi di altri esperti, difendendo così il proprio fazzoletto di potere personale. Occorre rovesciare completamente questa impostazione, che concepisce la politica come una carriera dai ‘posti’ locali a quelli regionali e nazionali. Ad esempio, il Partito Socialdemocratico tedesco aveva una regola: (se non ricordo male) solo un terzo dei membri della Direzione Nazionale faceva parte di assemblee elettive. Insomma, c’era una certa separazione fra controllati e controllori. Sarebbe opportuno riprendere quella impostazione. E stabilire quote per gli esperti di area fra i candidati al Parlamento. E prevedere posizioni per esterni (eletti ad es. on line da tutti i ricercatori e professori d’Italia che si dichiarano elettori del PD) all’interno dei dipartimenti tematici del partito.

La confusione intellettuale si riscontra anche sulla questione della democrazia: che dovrebbe essere il terreno principale della reazione al Berlusconismo. Già il modus operandi di casa non funziona. A Bologna e in altre città il PD vorrebbe tenere delle ‘primarie di coalizione’: che sono un’assurdità in un sistema elettorale a doppio turno, dove il perimetro della “coalizione” resta ignoto fino a dopo la prima tornata elettorale. Ma a parte questi ‘dettagli tecnici’, è l’ipocrisia della classe dirigente che disgusta gli elettori. Dice bene Arturo Parisi: le primarie sono un tratto fondante del PD, ma devono essere primarie vere. Invece il PD continua a pensarle unicamente come un meccanismo controllato dall’alto, da quegli stessi dirigenti che le primarie dovrebbero servire a sfidare, e a cambiare. E si inventano di tutto per manipolare il processo. Il che ci dà una idea della ‘democrazia’ che hanno in mente per il paese, o del perché non sono un’alternativa credibile a Berlusconi.

Il PD è come una multinazionale il cui management (attivisti e dirigenti) è sfuggito al controllo degli azionisti (gli elettori potenziali). Le riforme necessarie al partito le abbiamo proposte finché siamo stati nella Direzione Nazionale: in sintesi, una apertura agli elettori (con le primarie aperte, la selezione dei candidati da parte degli elettori; regole ); e un salto di qualità, con l’apertura agli esperti ed intellettuali di area. Ma non una cosa di facciata. Nell’attuale situazione, il PD può vincere le elezioni solo per abbandono degli avversari. Non scommetteteci.

Error: Impossibile creare la directory /ha/web/web/domani.arcoiris.tv/www/sito/uploads/2017/10. Verifica che la directory madre sia scrivibile dal server!Piergiorgio Gawronski, economista, già membro della Direzione nazionale del PD, ha lavorato in diverse organizzazioni internazionali (OCSE, UNCTAD) e Ong. Nel 2000 ha vinto un concorso per “alte professionalità” alla Presidenza del Consiglio.
 

Commenti

  1. Il PD dopo Mirafiori @ Domani Arcoiris TV

    [...] di un progetto–paese post-berlusconiano, “Tremonti – Sacconi – Brunetta … Leggi tutto: Articoli correlati:ComeDonChisciotte – SCUOLA PUBBLICA: CHI L'HA UCCISA E [...]

  2. Adriano Pacifici

    Qualcuno potrebbe accusare l’autore di disfattismo o di eccessivo pessimismo. Io penso al contrario che prendere coscienza delle proprie inadeguatezze può essere il primo passo verso la riscossa.

  3. REMO PUTTI

    deve nominare Vendola segretario e buttar fuori tutti i vecchi conquistatori de poltrone vedi d’alema bersani veltroni e tutti gli altri poltronisti date a Vendola la possibilita’ di governanre il pd poi vedrete. ma buttate fuori la zavorra

  4. Remo Putti

    ha rogione

  5. Remo Putti

    ha ragione Piergiorgio Gawronski

  6. mario nasparini

    cosa deve fare il PD? sparire e smetterla di dare spago a guru de noantri come Gawronski, che stra-parlano di Mirafiori e non sanno distinguere un servosterzo dalla ruota di scorta.