La Lettera

Per ripulire la democrazia inquinata i ragazzi hanno bisogno di un giornale libero

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È abbastanza frequente che editori della carta stampata chiudano i loro giornali. Anche a me è capitato quando dirigevo “L’Avvenire d’Italia”, e oggi si annuncia una vera e propria epidemia a causa della decisione del governo di togliere i fondi all’editoria giornalistica. Ma che chiuda Domani di Arcoiris Tv, che è un giornale on line, è una notizia …

La Lettera

Domani chiude, addio

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L’ironia di Jacques Prévert, poeta del surrealismo, versi e canzoni nei bistrot di Parigi, accompagna la decadenza della casa reale: Luigi Primo, Luigi Secondo, Luigi Terzo… Luigi XVI al quale la rivoluzione taglia la testa: “Che dinastia è mai questa se i sovrani non sanno contare fino a 17″. Un po’ la storia di Domani: non riesce a contare fino …

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Teatro bene comune per il palcoscenico di dopodomani

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Teatro Municipal - Foto di Elton Melo

“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, ed il teatro è una grande forza civile, il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”. Parole di Leo …

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Il governo Berlusconi non è riuscito a cancellare l’articolo 18, ci riuscirà la ministra Fornero?

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Roma 23 marzo 2002: l'ex segretario Cgil Sergio Cofferati al Circo Massimo

Il governo Monti ha perso il primo round con Susanna Camusso che fa la guardia alla civiltà del lavoro, fondamento dell’Europa Unita. Sono 10 anni che è morto Marco Biagi, giuslavorista ucciso dalle Br. Si sentiva minacciato, chiedeva la scorta: lo Scajola allora ministro ha commentato la sua morte, “era un rompicoglioni”. Rinasce l’odio di quei giorni? Risponde Cesare Melloni, …

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L’INFORMAZIONE E CHAVEZ, QUAL È LA VERITÀ?

09-09-2009

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Chavez imbavaglia l’informazione, spegne certe radio. Nessuna marcia di protesta contro Colombia, Brasile e Cile anche se spengono le radio senza documenti come Chavez.

Caracas – Mi trovo in Venezuela per una ricerca socio-politica e nelle Tv venezuelane  e nella Cnn, lingua spagnola, ascolto ciò che dicono il presidente Chavez e il regista Oliver Stone, sorridenti nel palazzo del cinema del festival di Venezia. Parole dure con l’informazione internazionale (El Pais, spagnolo, soprattutto) per  “l’inventare angherie e intemperanze “ del capo di stato venezuelano. Disinformazione, sostengono, che avvelena i rapporti internazionali. Difficile capire ma è vero che Obama-Chàvez, quella che avrebbe dovuto essere un’amicizia perfetta, scivola ogni giorno di più in una inimicizia imperfetta. E scomoda per entrambi. L’ascesa di Obama negli Stati Uniti è coincisa con un periodo di svolta a sinistra dell’America Latina. Pur con sfumature diverse quasi tutti i Capi di Stato sudamericani appartengono a partiti che oscillano da un moderato centrosinistra ad una sinistra radicale. E tutti hanno raggiunto la Presidenza attraverso processi democratici e quindi nel rispetto del volere dei popoli. Nell’era di Obama ci sarebbe da dire: finalmente una tregua di pace tra Nord e Sud America. Dopo anni e anni di politica in cui la prepotenza e l’egemonia degli Stati Uniti trovava terreno favorevole tra classi dirigenti corrotte e avide di potere e denaro, a scapito delle popolazioni che ne subivano le conseguenze, oggi si può dare il via a politiche volte a favorire la crescita di popoli ancora troppo soffocati dai problemi del terzomondo, in primis la miseria e la violenza.  Ma le cose non sono così semplici. Il “terribile” Bush per anni ha rappresentato una sponda eccezionale per il Presidente del Venezuela Hugo Chàvez che depositava in lui la colpa dei mali del suo paese e del mondo intero. Folle entusiaste hanno applaudito le battute al vetriolo di Chàvez verso Bush. Con Obama il discorso è diverso. Oltre al colore della pelle che dovrebbe già di per sé essere motivo di simpatia per i sostenitori di Chàvez, (un articolo di Josè Sant Roz, sul sito chavista Aporrea.org ha come titolo “Un negro (mulato, mestizo o indio) antichavista, es un aberrado”) Obama rappresenta l’America democratica e progressista. Dall’altro canto Obama dovrebbe essere felice di avere come vicini di casa Presidenti eletti democraticamente e con una visione della politica e del futuro del mondo vicina alla sua. Considerando i tanti fronti caldi con cui deve confrontarsi la sua politica estera, il Sudamerica dovrebbe rappresentare uno spazio in cui i problemi si sono risolti prima ancora della sua ascesa al potere. Ma non è così. Chàvez, che a livello interno va perdendo piano piano carisma e potere anche tra i sostenitori delle fasce più povere che devono confrontarsi con una inflazione galoppante, strutture sanitarie e scolastiche al collasso e i morsi della crisi economica mondiale,  ha bisogno di un nemico e scaglia i suoi strali sull’America imperialista che, tuona, non permette a Obama di agire liberamente e Obama, per risposta, decide di disseminare la Colombia di basi militari creando sconcerto e preoccupazione in tutti i Capi di Stato sudamericani. Forse per non irritare i cubani della Florida?
Solo il petrolio continua a scorrere tra i due paesi con l’immutabilità della necessità condivisa che, anche nei rapporti umani, rappresenta da sempre il collante più vero.
Chàvez e Obama sembrano due lottatori che si osservano con simpatia ma allo stesso tempo con l’astuzia di chi sa che la politica, la sopravvivenza politica, non si ottiene privilegiando le simpatie. Il futuro del loro rapporto è come un sito in costruzione. Per ora ci sono solo poche linee colorate.
Per quanto riguarda, più in generale, la politica estera del Presidente venezuelano, brillerebbe certamente di più se qualche volta riuscisse a moderare il suo essere militare ed evitasse di rovinare con una mano le cose positive che fa con l’altra. Il suo lavoro per rafforzare i rapporti tra i paesi sudamericani è senz’altro encomiabile e l’ultimo vertice di Unasur ha dimostrato che i suoi sogni sono possibili. I diversi Capi di Stato hanno costruito uno spazio in cui potersi riunire e parlare apertamente di temi scottanti. Direi soprattutto che Chàvez ha avuto il grande merito di parlare in Sudamerica di solidarietà tra popoli, una solidarietà che ha reso tangibile in più occasioni. Peccato che in altre situazioni abbia utilizzato invece l’arma del ricatto chiudendo i rubinetti del petrolio ai paesi che, seppur bisognosi, non si allineavano sulle sue posizioni.
E, andando più lontano, se da un lato fa scelte strategiche positive ampliando le relazioni con Cina e Russia, dall’altro si diverte a fare il pierino del mondo e con un viaggio solo riesce a toccare paesi controversi come Libia, Algeria, Siria, Iran e Bielorussia.
Pochi personaggi del mondo politico attuale riescono a diluirsi tra luci e ombre come il Presidente del Venezuela. Il suo modo di fare, il linguaggio da fronte di guerra, la protervia del militare che, passato di grado, può vendicare sui subordinati i soprusi subiti da recluta, sono alla base di un eterno conflitto con chi non condivide le sue idee anche solo in modo circostanziale. I venezuelani, in questi ultimi dieci anni, hanno perso la capacità di ridere di tutto che era stata sempre una loro positiva caratteristica. E la politica è diventata per tutti un credo religioso. I dubbi non sono permessi né tra i sostenitori del Presidente né tra i suoi detrattori.
A tal proposito ci sembra interessante e, direi coraggioso, il pezzo scritto per La Voce d’Italia di Caracas da una giovane giornalista, Barbara Meo Avoli che ha corso il rischio di superare il muro dell’intolleranza a prescindere e ha fatto un’analisi obiettiva di uno dei tanti fronti di conflitto tra governo e opposizione: la chiusura di 34 radio nazionali. E 29 sono sulla lista nera.
Barbara Meo Avoli ha scritto tra l’altro: “Sono state chiuse da Chávez 34 radio e due televisioni li­bere”. Così hanno tuonato i media dell’opposizione vene­zolana e così hanno ripetuto quasi tutti i media del mondo il mese scorso. Ma l’etere è un bene pubblico inalienabile e lo Stato ha il dovere di regolarne il suo utilizzo.
Quando termina un contratto di concessione, lo stato ha il dovere di verificare se il media privato ha trasmesso adem­piendo alle norme previste, e in caso contrario si revoca la concessione. Questa è la legge venezolana e di tutti i paesi democratici del mondo. Le frequenze radioelettriche non sono infinite, perciò lo stato ha il compito di intervenire per concederne l’utilizzo durante un tempo determinato. Le frequenze radioelettriche, quindi, non si ereditano.
Se è vero che la maggior parte delle emittenti chiuse ap­partenevano a delle società e non a delle persone fisiche, spesso il presidente delle società coincideva con la figura del direttore dell’emittente. In vari casi di chiusura la per­sona fisica che aveva ottenuto la licenza era deceduta e i figli o nipoti erano subentrati nella direzione senza ottene­re però il rinnovamento della concessione. Così è successo per il Circuito nazionale Belfort (Cnb), la cui licenza era stata concessa negli anni ’50 a Nelson Belfort Yibirín, il nonno di Cgavez.. Ed anche per il Circuito Exi­to (99.9 FM), la cui licenza era stata assegnata a Antonio Serfati Filiberto e oggi chi dirigeva la radio era il figlio di Enrique Cuzco.
Dopo un rapido excursus tra situazioni simili avvenute in altri paesi senza che ciò destasse l’ira funesta di nessuno: Nell’aprile 2005 sono state chiuse 33 radio e 21 tv dal­la regione di Madrid perché ‘illegali’, nessun giornale ha osato dire che la presidente della regione Esperanza Aguir­re (PP) aveva violentato la libertà di espressione. Perché questa chiusura non era una censura? I media chiusi non rispettavano i requisiti previsti dalle legge: erano ‘illegali’. Esattamente come le 34 radio venezolane. Nel 2007 è stata chiusa la Radio peruviana Orión che aveva denunciato la carenza di azioni del governo a se­guito del terremoto del Pisco. Nessun giornale ha scritto che Alan Garcìa era un dittatore. In Paraguay, prima delle elezioni dell’aprile 2008 sono state chiuse varie radio e pagine web di opposizione all’allora partito al potere. Qualche settimana fa sono state chiuse le radio comu­nitarie cilene Radio Placeres de Valparaíso, Montedónico 2000, UV 15, Conexiones. Neanche una parola nei media nazionali e internazionali.
Nel mondo la maggior parte delle chiusure ha colpito le radio comunitarie, ovvero quelle senza fini di lucro legate a una comunità o un quartiere, l’espressione dei movi­mento sociali, delle organizzazioni di base e dei cittadi­ni.
La giornalista della Voce d’Italia conclude la sua analisi obiettiva dicendo: In Venezuela la creazione delle radio comunitarie ‘alter­native’ è stata promossa dal governo del presidente Hugo Chávez come mezzo per garantire la ‘libertà di espressio­ne’ di tutti, anche di coloro che sono stati sempre invisibili nei grandi media. Perché garantire la libertà di espressione non vuol dire garantire quella di pochi ricchi e colti privi­legiati. Dal 2002 fino ad oggi sono sorte numerose radio comu­nitarie ‘alternative’ in tutto il paese. C’è da chiedersi però quali fra queste sono l’espressione indipendente della gen­te della propria comunità. Quante rispettano i regolamen­ti di legge. E quante fra queste fanno un’analisi critica del processo bolivariano pur sostenendolo”. Sono d’accordo.

Sophie Gomez, messicana, è sociologa ed internazionalista.
 

Commenti

  1. Barbara Meo Evoli

    Sophie, ti ringrazio per aver citato il mio articolo di opinione. Però il mio cognome è Meo Evoli, non Avoli!
    Un saluto
    Barbara Meo Evoli