La Lettera

Per ripulire la democrazia inquinata i ragazzi hanno bisogno di un giornale libero

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Domani chiude, addio

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Teatro bene comune per il palcoscenico di dopodomani

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“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, ed il teatro è una grande forza civile, il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”. Parole di Leo …

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Il governo Berlusconi non è riuscito a cancellare l’articolo 18, ci riuscirà la ministra Fornero?

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Roma 23 marzo 2002: l'ex segretario Cgil Sergio Cofferati al Circo Massimo

Il governo Monti ha perso il primo round con Susanna Camusso che fa la guardia alla civiltà del lavoro, fondamento dell’Europa Unita. Sono 10 anni che è morto Marco Biagi, giuslavorista ucciso dalle Br. Si sentiva minacciato, chiedeva la scorta: lo Scajola allora ministro ha commentato la sua morte, “era un rompicoglioni”. Rinasce l’odio di quei giorni? Risponde Cesare Melloni, …

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Alla fine del 1943 un mercantile americano viene bombardato dalla Luftwaffe tedesca nel porto di Bari. Trasporta 15mila bombe chimiche: iprite. Un gas tossico avvolge il porto e la città. Nel curare feriti malati di cancro, il colonnello medico Stewart Alexander scopre la “inspiegabile” regressione delle cellule tumorali. La chemio cominciava così

La Pearl Harbor pugliese che ha fatto scoprire la chemioterapia

04-04-2011

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Non c’è malato di cancro che non abbia pronunciato la parola chemioterapia con un misto di timore e di speranza: timore per gli inevitabili effetti collaterali, ma anche speranza per le potenzialità curative. Pochi sanno, però, che la scoperta alla base della moderna chemioterapia antitumorale (basata sul principio che alcune sostanze chimiche sono capaci di bloccare la replicazione di cellule in rapida crescita e divisione) fu fatta a Bari durante la Seconda Guerra Mondiale e fu una conseguenza indiretta del devastante attacco aereo tedesco che colpì il porto del capoluogo pugliese. In quell’occasione si diffusero nell’aria e nell’acqua grandi quantità di armi chimiche che causarono circa duemila vittime, per metà tra i civili.

 

Barili di gas nervini

Malgrado le importanti conseguenze scientifiche, la storia del bombardamento del porto di Bari è poco nota; avvenuto sul finire del 1943, sarebbe stato più tardi ribattezzato “la seconda Pearl Harbor” (dal nome della base navale statunitense alle Hawaii, distrutta dall’attacco aereo giapponese il 7 dicembre 1941).

C’era stato da poco l’armistizio dell’8 settembre, firmato dal generale Badoglio, e l’esercito nazista occupava militarmente l’Italia, con l’esclusione delle regioni meridionali liberate che facevano parte del cosiddetto “Regno del Sud”. In quel periodo gli anglo-americani temevano un attacco da parte dei tedeschi a base di armi chimniche, bandite da due accordi internazionali nel 1921 e nel 1925, ma accumulate a scopo deterrente da tutte le parti in conflitto.

Per questo gli Alleati anglo-americani si erano preparati segretamente per poter rispondere subito all’eventuale attacco, trasferendo nel porto pugliese migliaia di barili di iprite, un gas nervino: consideravano sicuro il luogo, fuori dal raggio d’azione dei bombardieri tedeschi.

 

La festa patronale

Il porto però era diventato sempre più importante sul piano strategico perché da lì tranbsitavano armi e rifornimenti. La Luftwaffe, l’aviazione tedesca, decise di far decollare tre squadriglie di bombardieri da campi di volo del Nord Italia. Solo per un caso la città di Bari fu l’iunica in tutta Europa a essere colpita da armi chimiche, per di più per “colpa” (seppure indiretta) degli Alleati anglo-americani.

L’attacco, imprevisto e improvviso, fu sferrato alle 19 e 25 del 2 dicembre, mentre nella città, che all’epoca contava circa 200.000 abitanti, fervevano i preparativi per le imminenti feste per il santo patrono, San Nicola. Oltre cento bombardieri bimotori Junkers 88 si avvicinarono al porto da Nord volando indisturbati, dato che non c’era nessuna postazione antiaerea.

Una volta su Bari, in un attacco durato circa un’ora, sganciarono il loro carico di bombe sulle navi che si affollavano presso il molo foraneo. Tra di esse vi era il mercantile John Harvey, di costruzione americana, lungo 135 metri, con oltre 500 soldati, arrivato da pochi giorni dall’Algeria con 15.000 bombe chimiche (come ricostruito dal biologo marino che ha indagato sulla vicenda, il romano Ezio Amato). Ciascuna delle bombe, che attendevano di essere scaricate, conteneva circa 30 chili di iprite, come venivano chiamate le mostarde azotate. Il capitano del mercantile, consapevole dei rischi, avrebbe voluto chiedere alle autorità portuali una procedura particolare per portare rapidamente a terra le sostanze pericolose, ma la segretzza aveva impedito di farlo, non potendo menzionare la natura del carico nascosto nella stiva.

 

Lo strano odore di aglio

Fu così che la Harvey fu colpita, insieme ad altre 16 navi, e dalle sue fiancate squarciate si rovesciarono nelle fredde acque del porto grandi quantità di iprite, mentre si sollevava un’alta nube di gas tossico. Sul momento, nessuno comprese la gravità della minaccia, anche perché i membri dell’equipaggio della Harvey, che erano al corrente del segreto, erano morti nel bombardamento.

Risultato: le cure immediate non furono le più adatte a limitare i danni da attacco chimico. Al contrario, molti dei feriti più lievi rimasero a lungo in attesa di trattamento con indosso l’uniforme bagnata, intrisa di carburante e di iprite, soptto coperte asciutte che avevano lo scpo di riascaldarli, ma che favorirono anche l’assorbimento per contatto della pericolosa sostanza. Anche molti dei soccorritori nfurono esposti.

Nessun, sul momento, aveva fatto caso al forte odore di aglio (un odore caratteriustico, che più avanti avrebbe confermato il sospetto della presenza di armi chimiche), e per i medici rimasero inizialmente senza spiegazione molti deri sintomi (tipici dell’intossicazione da gas) presentati dagli oltre 600 soldati ricoverati. Di questi, ben 83 morirono nelle settimane seguenti, mentre dei moltissimi civili coinvolti non è stato mai possibile raccogliere notizie certe.

Perchè da questa casualità si giungesse alla messa a punto dei primi farmaci capaci di contrastare il cancro hanno giocato un ruolo chiave altri fattori, tra cui la segretezza militare e l’acume clinico dell’ufficiale medico spedito a occuparsi dei sopravvissuti, il tenente colonnello inglese Stewart Francis Alexander.

Fu con l’arrivo di Alexander, l’ufficiale medico inviato a Bari per la sua esperienza sulla guerra chimica, che la verità cominciò a emergere, seppure solo nella cerchia ristretta delle gerarchie militari.

Egli praticò molte autopsie e approfonditi esami sui soldati ricoverati, osservando che in molti casi l’esposizione ai gas aveva avuto un effetto importante sul funzionamento del midollo osseo: aveva infatti bloccato la replicazione di alcuni tipi di cellule che l’organismo sano produce molto rapidamente, e in coninuazione, e che a loro volta portano alla produzione dei globuli bianchi. La versione ufficiale dei fatti di Bari continuò ancora per molti anni a nascondere la presenza di iprite e di mostarde azotate, ma la relazione medica fu da subito chiarissima, al punto da suggerire che questo effetto delle mostarde azlotate sulle cellule “a rapida replicaziopne” poteva risultare utile per contrastare altre cellule che si dividono in modo rapido e incontrollato: le cellule cancerose.

Il suo rapporto, con quello di altri esperti britannici, finì sul tavolo del direttore del Memorial Hospital di New York, Cornelius Rhodes, all’epoca ai vertici anche del servizio sanitario militare statunitense. Lì furono studiati i campioni raccolti da Alexander grazie ai pazienti baresi: campioni che fornirono subito risultati interessanti grazie al lavoro dei due americani Louis Goodman e Alfred Gilman. Poi fu avviata la prima sperimentazione di un farmaco derivato dalle mostarde azotate che pose le basi per una cura che oggi ofre ai malati prospettive di guarigione un tempo impensabili. (H)

 

Lucio Labianca collabora con BBC HISTORY ITALIA, nuovo mensile di storia della Sprea Editori da qualche giorno nelle edicole italiane, in collaborazione con la BBC inglese. È stato chiamato a curarlo un giornalista che i lettori di Domani conoscono per una serie di servizi dedicati ai piccoli editori e alle storie della piccola Italia: Salvatore Giannella, già direttore di Genius, de L'Europeo, di Airone e, dal 2000 al 2007, curatore delle pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi. Dal primo numero di BBC HISTORY ITALIA pubblichiamo uno dei servizi centrali, dedicato al bombardamento tedesco nel porto di Bari, nel 1943, di una nave americana che trasportava, con oltre 500 soldati, anche 15.000 bombe chimiche. Una tragedia dai risvolti impensabili: infatti i medici accorsi a Bari arrivarono a mettere a punto i primi farmaci capaci di contrastare il cancro.
 

Commenti

  1. Lorenzo

    Insomma c’è voluto un bombardamento con conseguenti morti e feriti per giungere ad una scoperta poi rivelatasi importante.E’ possibile arrivare a sconfiggere il cancro definitivamente per via pacifica?