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Raniero LA VALLE – L’incontro di Assisi apre le braccia a tutti i popoli, a tutte le religioni ma non sempre i cattolici sono d’accordo: “Dittatura del relativismo”?

26-09-2011

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La salita delle religioni al monte santo di Assisi per l’incontro ecumenico ed interreligioso indetto dal papa nel venticinquesimo anniversario di quel primo convegno dei leaders religiosi mondiali che fu promosso nel 1986 da Giovanni Paolo II, per la gioia di molti e il cruccio scandalizzato di altri, soprattutto uomini di curia e collaboratori a lui più vicini. Tutte le religioni insieme: non è forse irenismo? Il problema che esplose allora si ripropone anche oggi.
La scommessa sta tutta nel fatto che il mettere insieme in nome della fede, e non della politica o della cultura, rappresentanti di religioni e Chiese diverse, non venga messo sul conto di quel relativismo, anzi di quella “dittatura del relativismo”, che è il male strenuamente combattuto da Benedetto XVI fin dall’inizio e anzi dagli antefatti del suo pontificato. Per allontanare dall’evento tale sospetto lo stesso Benedetto XVI parlando una volta dello “spirito di Assisi”, ne precisava il contenuto in un comune lavoro per la pace e la riconciliazione tra i popoli, “nel rispetto delle differenze delle varie religioni”.

È molto giusto che le differenze – cioè il pluralismo – siano rispettate, e questo le stesse religioni lo vogliono. Il problema è però che la differenza rispetto alle altre fedi e religioni non sia identificata dalla Chiesa cattolica nel fatto che essa sarebbe l’unica religione per la salvezza mentre le altre, pur rispettabili, non sarebbero idonee a questo fine. Se infatti questa fosse la differenza concepita dalla Chiesa romana rispetto ai suoi interlocutori negli incontri ecumenici e interreligiosi, tali incontri si ridurrebbero a puro folklore (anche la liturgia può ridursi a folklore) e vano sarebbe lo stesso “pellegrinaggio” del papa ad Assisi.

Che proprio questo sia il problema è dimostrato dal fatto che il rapporto con le religioni è una delle principali ragioni di rottura con la Chiesa degli integristi scismatici che rifiutano il Vaticano II; contro il raduno di Assisi il loro superiore francese ha avuto parole di fuoco, e pare che nell’incontro del 14 settembre tra il cardinale Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e mons. Bernard Felley, capo dei lefebvriani, questi abbia dichiarato che il vero ostacolo da rimuovere per la riconciliazione sarebbe la dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio.

Dal suo punto di vista ha ragione: se c’è infatti un punto decisivo in cui il Concilio ha innovato rispetto alla dottrina comunemente professata nella Chiesa cattolica fino ad allora, è proprio nel riconoscimento dei valori cristici e salvifici che sono presenti in tutte le tradizioni religiose e in tutti gli uomini, come appunto dice la “Nostra aetate” quando afferma che la Chiesa “nulla rigetta di ciò che è vero e santo in queste religioni” le quali, pur nel differenziarsi dal credo cattolico “non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini”.

Queste parole erano del resto solo l’inizio di una riflessione che sarebbe stata sviluppata nello stesso Concilio e poi nella dottrina e nella prassi della Chiesa fino allo “spirito di Assisi” e oltre. La novità stava nel fatto che la Chiesa cattolica non si presentava più come l’unica depositaria della verità e la sola dispensatrice di salvezza, secondo la vecchia affermazione che “extra Ecclesiam nulla salus” (fuori della Chiesa non c’è salvezza), che purtroppo nell’apologetica era stata unita alla figura non edificante di Raab la quale, secondo il racconto biblico, aveva rotto la solidarietà col suo popolo ed era stata l’unica a salvarsi nello sterminio di Gerico.

Il Concilio ha deposto solennemente questa pretesa esclusivista e dominatrice, come Paolo VI depose allora il suo triregno, in favore dei poveri, nelle mani di Massimo IV Saigh, il capo della piccolissima Chiesa melchita. Dice infatti con forza il Concilio che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”, ciò che rompe ogni confine di tempi, di templi e di civiltà, ed è proprio quello che gli integristi anticonciliari non riescono ad accettare. La chiave di tutto è nell’affermazione paolina che “Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità”, incessantemente ripetuta dal Vaticano II sia riguardo alle Chiesa, sia riguardo ai credenti di altre fedi, sia riguardo a tutti quelli che, “immagine di Dio”, sono tenuti, in nome della libertà, a “obbedire soltanto alla propria coscienza”.

Le conseguenze sono ben più profonde che un buon galateo tra le religioni. Come diceva già Teilhard de Chardin occorre “sottrarre la venuta del Figlio di Dio, l’Incarnazione, al quadro di una concezione statica del mondo e della vita, in cui è stata finora collocata”; secondo Carlo Molari (su “Rocca”) l’Incarnazione non è un evento istantaneo che si esaurisce nella realtà umana di Gesù, “ma incide in modo profondo nella storia ed è ancora operante nel divenire umano”; secondo Raimundo Panikkar “non si può ridurre Dio a un ruolo esclusivamente storico, né l’Incarnazione a un fenomeno temporale”; secondo le ultime parole di papa Giovanni, richiamate da don Loris Capovilla proprio in vista di questo prossimo incontro, “quelle braccia allargate del Crocifisso dicono che egli è morto per tutti, per tutti”.

Questo è lo spirito, ma anche la via che parte da Assisi.

Raniero La Valle è presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione. Ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967), quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in Parlamento come indipendente di sinistra; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’amore finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.
 

Commenti

  1. Anna Pilati

    salve,
    domenica abbiamo partecipato alla marcia per la pace dove abbiamo portato il messaggio che anche la caccia è una forma di guerra.

    La manifestazione contro la caccia unita alla marcia della Pace Perugia-assisi è stata un forte successo. Decine di migliaia di persone che chiedevano la pace fra gli esseri umani hanno sostenuto anche la nostra richiesta di pace anche per gli animali; abbiamo denunciato l’assassinio di esseri viventi liberi e innocenti che vengono braccati, feriti, uccisi per il solo gusto di uccidere di poche persone.

    abbiamo portato per alcuni km il nostro manifesto che denuncia quanto avviene nei campi e nei boschi, un manifesto scomodo ai cacciatori che si arrabbiano quando si vedono smascherati, immagini che fanno rabbrividire, ma che dobbiamo vedere per diventare consapevoli che questa assurda mattanza deve terminare.

  2. Stefano Bovero

    I cattolici che più hanno recepito le innovazioni fondamentali del Vaticano II dovrebbero sentire forte l’ispirazione a ridivulgarne lo spirito, giusto per contrastare l’andazzo neointegralista dell’attuale Pontefice per il quale il primato della libertà di coscienza è “relativismo”. Questa sua ossessione del relativismo dimostra che egli predica l’opposto, cioè l’assolutismo della Chiesa Cattolica, ovvero il suo potere storico-politico temporale, che nulla ha a che vedere con la saggezza profonda dei Vangeli (la carità e il perdono, ovvero la comprensione, la compassione e la tolleranza).
    La delega della sfera spirituale di massa all’assolutismo in questa epoca significa rinunciare a pensare secondo la propria sensibilità personale e rafforzare perciò il neointegralismo di Benedetto XVI. Per il quale le stesse aperture giovannee degli anni Sessanta erano sicuramente una manifestazione di “relativismo”.