Negli Stati Uniti solo il 37 per cento di chi impugna i cellulari risponde a voce a chi li chiama. Vengono usati per informarsi, chat, messaggi, reti sociali. "Scrivere evita il fastidio di discorsi noiosi, dà tempo per pensare le risposte, permette di non tradire con voci languide o arrabbiate i pensieri che vogliamo nascondere"
I telefoni ormai non servono per parlare: parlare al telefono è vecchiume del passato
13-10-2011
di
Esther Kazan
New York – Mio figlio dice che “parlare al telefono è demodé”. Non risponde mai quando chiamano gli amici, amiche, soprattutto. Risponde solo se sono io a cercarlo o il padre deve dirgli qualcosa. Osserva i numeri sul display e la sua voce annoiata vuol sapere perché lo chiamiamo con tanta urgenza. Nessuna urgenza, rispondo. Volevo solo ricordarti… Mi arriva il sospiro di compassione: “Mandami un messaggino”, e chiude. Ormai i ragazzi parlano sempre meno nell’imbuto misterioso. Scrivono, cercano, si documentano o giocano a poker. Dal 2007 (lo ricorda stamattina la Washington Post) le compagnie telefoniche americane cominciano a registrare un aumento smisurato del traffico dei cellulari. Chat, internet: navigano anziché parlare.
Nel 2010 la JD Powers & Asssociates certifica che le vecchie conversazioni, parole, lacrime, suppliche, affari, rappresentano ormai solo il 37 per cento delle connessioni. Il “pronto, chi parla?” non esiste quasi più. I sociologi si impegnano a spiegare come mai le abitudini sono cambiate così. Prima di tutto il messaggio costa meno di una chiacchierata e per i ragazzi con i soldi che non ballano in tasca è un primo incentivo a non parlare. Ma non parlare sta diventando una forma di difesa. Se chi comunica vuole scherzare, sms è meglio. Se invece l’argomento è serio le parole vanno calibrate con attenzione e quando si discorre al telefono per un addio, un rimprovero o altre urgenze sentimentali, la voce può tradire emozioni che è meglio nascondere. Tremolii, scatti di rabbia, preferibile mandare due parole incolori se possibile ambigue per lasciare aperta la possibilità di fughe o spiegazioni. Nel caso arrivino scuse o rimbrotti (sempre messaggi) si può rispondere “no” o “ok”. E il filo continua. Parlare al telefono lo si considera, ormai, invasivo, inopportuno, compromettente.
La rete del rispondere si è rotta. Tutti noi disponiamo di cinque modi per essere contattati attraverso i cellulari: chat, Facebook e altre reti sociali, mail, e le vecchie voci destinate al tramonto. Di fronte ad un’offerta tanto ampia è necessario allenarsi all’ambiguità, nuovo galateo non sempre elegante: scegliere il modo per dire il meno possibile bloccando le voci di risposta. Nel saggio “Vita di consumo” il sociologo Zygmun Bauman racconta che le nuove generazioni usano le reti elettroniche e telefoniche come “dispositivi di sicurezza”. I filtri delle segreterie stanno decadendo. Siamo noi a decidere con un’occhiata a chi rispondere o a chiudere in faccia le chiamate articolate in cinque canali diversi.
Perché i ragazzi parlano sempre meno al telefono salvo che non siamo talmente innamorati o paurosamente arrabbiati da dimenticare le nuove cautele. La psicologa Isabel Larraburu risponde: “Un sms o un what’s app risparmiano saluti inutili, i preamboli che accompagnano le spiegazioni della chiamata, soprattutto l’intromissione fastidiosa nei problemi degli altri. Che a volte possono coinvolgerci, ma quasi mai ci interessano, soprattutto fanno perdere tempo. Avvolti nelle connessioni elettroniche anche i ragazzi hanno poco tempo da perdere e non vogliono sembrare maleducati. Congelare i messaggi, rispondere quando lo si ritiene opportuno evita gli impaci con la voce dall’altra parte del filo lasciando un margine di manovra che viene considerato margine di tranquillità”. Anche perché gli amici se ossessionati dall’urgenza di un problema parlano per almeno mezzora e mezzora è un tempo eterno nella comunicazione dei nostri giorni. “Meglio il chat. Lo si scrive non trascurando le cose che stiamo facendo. Un lampo e torniamo alle abitudini appena abbandonate”. Insomma, meglio restare in uno spazio correntemente definito “cool”, freddo. È curioso – scrive Bauman – si sia scelta la parola freddo o ‘indifferente’ per indicare ciò che modernamente è bene accettato. “La distanza non è mai un ostacolo per chi vuole collegarsi, adesso non è più un ostacolo che ci impedesca di mantenere le distanze”.
Ma le cose non sono ancora chiare. Lo scrivere e non parlare comporta una contraddizione che peserà nel futuro. I mie bilanci in Gmail e Facebook subiscono gli effetti di una cattiva configurazione: conservano per sempre migliaia di messaggi letti o non letti ma che restano li. Ogni tanto li cancello ma nel cancellarli devo rileggerli e rileggendoli si aprono rimorsi: perché non ho risposto? Come mai non me ne sono ricordata? E gli imbarazzi evitati col non parlare mi costringono a telefonare, proprio così, per ascoltare le voci che non volevo ascoltare. Il tempo passa e gli umori, amori, cambiano. Ne discuto con le amiche. “Oddio, devo controllare”, rispondono. “Da mesi non do un’occhiata”. Una generazione sta crescendo accumulando per distrazione infiniti archivi.
Esther Kazan è stata giornalista della Abc e vive nel New Jersey. Scrive libri e collabora a vari giornali.