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Antonella BECCARIA – Indignarsi, un isterismo. Protestare, un crimine: ma chi decide se la parola “fallimento” vale solo per nuove generazioni?

11-08-2011

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È sempre antipatico parlare d’autunno quando si è ancora nel pieno dell’estate. Un’estate strana, questa, fresca, che ha limitato afa e arsura a pochi giorni. Eppure caldissima su più fronti. In questi giorni i due argomenti che tengono banco su giornali e in televisione – la finanza e la rivolta in Gran Bretagna – scaldano lettori e telespettatori. Ma riempiono anche di interrogativi sul futuro prossimo. E non solo. Vediamo.

Partiamo dal primo. Le fluttuazioni dei mercati, gli assalti degli speculatori, i pericolosi ondeggiamenti delle casse pubbliche di tutto il mondo avranno riflessi diretti sulla vita dei normali cittadini, quelli che non speculano in borsa e ascoltano parole anglofone come se fossero formule esoteriche di un qualche rito che non li riguarda. Eppure l’ingenuità del “non mi riguarda” è alle spalle. Lo è perché qualsiasi manovra si ripercuoterà proprio su di loro. Verrà decisa l’immissione di liquidità a livello europeo e magari anche americano?

Bene, sul momento. Male però perché, nel giro di poco tempo, l’effetto sarà l’innalzamento dell’inflazione. Non lo diciamo noi, ma qualsiasi testo – anche quelli “for dummies”, per neofiti – di macroeconomia. È una legge che si è sempre verificata e che farà lievitare i costi. Occorre contenere la spesa pubblica? Bene anche qui, ma non per i cittadini. Che vedranno aumentare il loro carico fiscale e rischiano di vedersi allontanare il giorno in cui andranno in pensione. Quelli che si andranno, cioè, i lavoratori più anziani, mentre i più giovani – intendendo per i più giovani, coloro che sono under 45, se non under 50 – rimangono attaccati a precariato e disoccupazione che provocano tremiti per il presente e per il futuro (sia domani, l’autunno e la vecchiaia).

Il rischio “default” – e vai a capire perché non si può usare il più autoctono e chiaro termine “fallimento” – sulle spalle dunque di chi viene caricato? E non si fa facile demagogia proponendo questa domanda. Perché, proprio con questa domanda, si passa al secondo tema di queste righe, la violenza di strada esplosa in Gran Bretagna. Era già accaduto in Grecia, dopo l’assassinio di uno studente durante una manifestazione. Ed era accaduto anche nelle banlieue parigine. Le scene sono simili: gente travisata per strada, polizia in assetto antisommossa, telegiornali che seguono dall’alto il succedersi di cassonetti bruciati, auto distrutte, negozi assaltati. Oggi come allora si dice – lo ha affermato il primo ministro britannico David Cameron, rientrato precipitosamente in patria dalle sue vacanze toscane – che è criminalità comune e che come tale va schiacciata.

Bene anche in questo terzo caso. Di certo, dar fuoco ad auto (comprate magari a rate da qualche appartenente alla middle class) o ad appartamenti (anche questi frutto probabilmente di mutui trentennali contrattati dalla già citata classe media), non migliorerà la situazione. Ma nel momento in cui si affronta l’emergenza, non è mai possibile analizzarla? Non è possibile filtrarla con l’ottica della realtà e della prospettiva? Ottica che ci parla – ancora – di precarietà, di disoccupazione, di non saper più come sbarcare il lunario.

Mentre i Sette Grandi del Pianeta si videoconferenziano nottetempo cercando di imporsi l’un l’altro manovre economiche che salvino il tavolo, non si vede più alcuna considerazione per il cittadino comune. Quello che non sa più che da parte sbattere la faccia per tirare a campare. Quello che si sta già ponendo il problema di comprare i libri di testo autunnali per i figli e magari ha già trattato in banca un finanziamento di cui preferiremmo ignorare il tag e taeg, i tassi che troppo spesso si avvicinano ai quelli definiti di usura. Quello che ormai parla più con le unioni sindacali di base perché anche la Cgil – figuriamoci gli altri – non ha più la forza o la volontà per contrattazioni che portino a risultati apprezzabili per i lavoratori. Quello che quest’altr’anno si diploma o si laurea e poi? Stage? Apprendistati? Pratica sul campo a rimborso spese, se va bene?

Da mesi, ormai, dalla Spagna, ci sono gli indignados. Protestano pacificamente, si siedono nelle piazze, campeggiano nei parchi pubblici, fermano la gente nelle strade per spiegare le ragioni di un futuro che non c’è. Fin in Israele è arrivato il contagio degli indignati. Fin lì, perché la crisi, il lavoro che scompare, la casa data a classi specifiche e non ad altre, meno abbienti, hanno lambito anche quel Paese, in genere molto parco quando si tratta di esternare dissenso sociale.
Eppure si continua a giocare con i termini esoterici di cui sopra, si invoca il pugno di ferro con chi non riesce a contenere più la sua rabbia. E si contano i primi morti (quello che ha innescato i fatti di Gran Bretagna e quello sparato nel corso dei disordini).

Come dar torto, assistendo a tutto questo, a chi si chiede se c’è davvero una via di salvezza? Una via che coniughi le ragioni del mercato con quelle del sociale, del rispetto dell’umanità. E a questo punto viene un dubbio. La famosa profezia dei Maya, in base alla quale il 12 dicembre 2012 finirà il mondo, non si riferirà forse a un mondo – inteso non come pianeta ma come sistema – che ormai sta divorando se stesso, non più in grado di parassitare altro che non sia quella che sembra sempre di più la sua salma?

Antonella Beccaria è giornalista, scrittrice e blogger. Vive e lavora a Bologna. Appassionata di fotografia, politica, internet, cultura Creative Commons, letteratura horror ed Europa orientale (non necessariamente in quest'ordine...), scrive per il mensile "La Voce delle voci" e dal 2004 ha un blog: "Xaaraan" (http://antonella.beccaria.org/). Per Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri - per la quale cura la collana "Senza finzione" - ha pubblicato "NoSCOpyright – Storie di malaffare nella società dell’informazione" (2004), "Permesso d’autore" (2005),"Bambini di Satana" (2006), "Uno bianca e trame nere" (2007), "Pentiti di niente" (2008) e "Attentato imminente" (2009). Per Socialmente Editore "Il programma di Licio Gelli" (2009) e "Schegge contro la democrazia" (con Riccardo Lenzi, 2010). Per Nutrimenti "Piccone di Stato" (2010) e "Divo Giulio" (con Giacomo Pacini, 2012)
 

Commenti

  1. Domenico Falconieri

    Perché il termine default? Perché, ormai, siamo “anglicizzati” fino all’osso (tralascio mie considerazioni del caso) (una per tutte: il “question time” alla camera!!!) e perché, maggiormente, il termine “fallimento”, anche se tecnicamente non corretto, indurrebbe a maggiori ed incontrollabili paure, a differenza dell’altro, più morbido ed “affascinante”!

  2. Riccardo Orsucci

    grazie Antonella per le tue parole e le tue speranze. Sarebbe troppo bello che la fine del 2012 segnasse il cambiamento di questo mondo verso una morale, una giustizia, una coerenza, una decenza, una onestà, ecc., ecc. che pare non esista più …
    Purtroppo i cambiamenti radicali non vengono mai dall’alto dei luoghi del potere, ma senpre dal basso… Strano ma la storia non insegna o meglio i potenti non vogliono imparare dalla storia …
    Riccardo

  3. Domenico Falconieri

    Indignarsi, un isterismo. Protestare, un crimine. Questo è il vero scandalo e l’attegiamento di “criminale spocchia” di ciò che ritengono i politici, tutti ed in tutto il mondo, dei cittadini. Dimenticano però, pur ritenendosi “unti dal Signore”, che siano solo loro dipendenti e rappresentanti pro tempore.

  4. antonio piarulli

    è “folle” chi continua a sostenere che la democrazia rappresentativa trovi il nutrimento nel pluralismo politico,ebbene si io sono folle.

  5. mauro matteucci

    Per anni siamo andati dietro agli incantatori che ci parlavano di facili, inarrestabili arricchimenti per i “capaci”,- naturalmente intendendo soprattutto le persone senza scrupoli – ora ci sentiamo sommersi da rovine, privi di un’etica alternativa, perciò siamo “impotenti” nel senso concreto della parola, cioè incapaci di “incazzarci”.

  6. Franco Bifani

    Antonella,nel ’27, in un suo scritto, quindi, ben anteriore alla famosa Lunga Marcia, Mao scriveva che una rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un’opera letteraria, un disegno od un ricamo; non si può fare con tanta eleganza, serenità e delicatezza, né può essere così garbata,cortese,contenuta e magnanima.Da tempo,noi italiani, chi più e chi meno, amiamo i conviti da ricco epulone, siamo un popolo di letterati, artisti e ricamatori, amiamo frequentare le boutiques e gli outlets e le maisons d’haute couture,siamo ansiosi, sgarbati, caciaroni ed egoisti.

  7. michele

    Forse hai proprio ragione!!!! Il mondo che finirà il 12 dicembre del 2012, come predissero i Maya, è il mondo della finanza con tutte le banche, oppure potrebbe essere il sistema bancario a cambiare radicalmente. I poteri intorno alle banche sono talmente potenti ( magari c’è dentro anche la massoneria ) che piuttosto di ammettere un fallimento e cambiare radicalmente le regole, si annienteranno tra loro in qualche modo. E’ saltato il tappo di un mega vulcano, si salvi chi può.

  8. Loredana Triolo

    I notav, e non solo loro, ringraziano per non essere stati citati nonostante oltre 20 anni di indignazione pacifica ed informata in Italia.

  9. antoni alferi

    La soluzione c’e'e si chiama debito odioso.L’ha gia’messa in pratica l’argentina di Kirchner,l’equador di Rafael Correa,la piccola islanda che ha messo in carcere banchieri e politici corrotti.

  10. lorenzo spinelli

    considerando quello che sta accadendo in italia deduco che non abbiamo politici ma solo politici dell’affare quindi sono la vergogna del nostro paese che si chiama ITALIA

  11. antoni alferi

    La soluzione si chiama debito odioso.L’ha messa in pratica Kirchner in argentina,Correa in Ecuador,la piccola Islanda ha messo in carcere banchieri e politici che hanno indebitato e distrutto la loro economia.Organizziamo i comitati contro la truffa del debito pubblico.

  12. Fulvio Nut

    la “gestione della cosa pubblica”. Una questione di competenza, oltre che di onestà e vocazione..