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boliviaCoca e guerriglie. "Nascosto sul tetto di un convento filmo Regis Debray e Ciro Bustos arrestati mentre si allontanavano dall'accampamento di un Guevara che stava per essere ucciso. Passeggiavano come automi nel cortile della prigione" Ero partito per la Bolivia nel 1970 con l'intenzione di documentare gli usi e i costumi di uno dei più antichi ed incontaminati gruppi etnici di tutto il Sud America, gli Ayoreos, sperduti nella zona meno accessibile della foresta del Chaco, a sud-est del paese. Per raggiungerli avevo attraversato tutta l’Argentina, dove ero arrivato a bordo della nave mercantile Cervinia, salpata da Genova 17 giorni prima. Un viaggio interminabile, senza scali, e in compagnia di pochissimi civili. Fu durante quella lunga traversata che, grazie all’amicizia stretta con un cuoco spagnolo, imparai i rudimenti dell’unica lingua che avrei sentito nei successivi cinque mesi.

Quel viaggio in Bolivia sulle tracce del Che

24-11-2009

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Coca e guerriglie. “Nascosto sul tetto di un convento filmo Regis Debray e Ciro Bustos arrestati mentre si allontanavano dall’accampamento di un Guevara che stava per essere ucciso. Passeggiavano come automi nel cortile della prigione”

Ero partito per la Bolivia  nel 1970 con l’intenzione di documentare gli usi e i costumi di uno dei più antichi ed incontaminati gruppi etnici di tutto il Sud America, gli Ayoreos, sperduti nella zona meno accessibile della foresta del Chaco, a sud-est del paese. Per raggiungerli avevo attraversato tutta l’Argentina, dove ero arrivato a bordo della nave mercantile Cervinia, salpata da Genova 17 giorni prima. Un viaggio interminabile, senza scali, e in compagnia di pochissimi civili. Fu durante quella lunga traversata che, grazie all’amicizia stretta con un cuoco spagnolo, imparai i rudimenti dell’unica lingua che avrei sentito nei successivi cinque mesi.
Dopo un lungo soggiorno tra quella popolazione indigena, dopo aver girato una gran quantità di materiale, decisi di lasciare la foresta per addentrarmi nella vita delle città boliviane. Ma proprio in quei giorni comincia una nuova guerriglia rivoluzionaria: voleva fara cadere il governo militare di Ovando Candia. Alla guida dell’insurrezione c’ era Chaco Peredo, fratello minore di Coco e Inti,  uccisi tre anni prima al fianco del Che.
Coinvolto dal susseguirsi degli eventi filmo tutto ciò che passa sotto i miei occhi: strade invase da manifestazioni popolari, università occupate, miniere e fabbriche paralizzate da migliaia di operai in solidarietà con i giovani guerriglieri, quasi tutti studenti che avevano deciso di continuare la lotta dell’E.L.N., l’Esercito di Liberazione Nazionale fondato da Guevara.
In un clima di sempre maggiore tensione raggiungo Camiri, piccola cittadina della zona petrolifera nel cui carcere erano rinchiusi l’argentino Ciro Roberto Bustos e l’intellettuale francese Regìs Debray, entrambi ex membri delle milizie del Che, condannati a 30 anni di prigione e tenuti sotto stretta sorveglianza giorno e notte. Il cappellano militare, un francescano fiorentino lì da una vita: l’unica persona ad avere accesso al carcere. Filmarli pare proprio sia impossibile. L’unica soluzione, mi dice, sarebbe di riprenderli dal tetto del convento, adiacente alle mura del penitenziario, ma nessuno sa se e quando i due usciranno nel cortile interno per l’ora d’aria. Con mia sorpresa il cappellano si rende disponibile a recapitare ai due detenuti un bigliettino nel quale viene spiegata sinteticamente la situazione ed è indicato un orario. Grazie a questo espediente, rannicchiato sul tetto del convento, tenendo sotto controllo i movimenti delle guardie, inizio a filmare. La cinepresa però, una Bolex con carica a molla, è troppo rumorosa e rischio di essere scoperto. Recupero così un asciugamano che avvolgo attorno all’apparecchio e finalmente documento con poche e traballanti immagini Debray e Bustos in prigione. Le prime che fanno capire due cose: sono vivi e stanno bene. Fino a quel momento li avvolgeva il mistero.
Due anni più tardi, quando nel Chile di Allende incontrai Regis Debray, libero grazie ad un’amnistia, gli mostrai il filmato e per un’ora intera non riuscì ad aprire bocca, stupefatto e ancora visibilmente scosso dalle immagini di quei drammatici momenti.
Finite le riprese dei fermenti rivoluzionari, ritenni opportuno completare la documentazione sugli Ayoreos filmando anche i nuclei indigeni che stavano al di là del confine boliviano, in Paraguay. Nell’attraversare la frontiera vengo però fermato dalla polizia militare del generale Stroessner, capo di una feroce dittatura militare che si sarebbe protratta per trentacinque lunghi anni. Mi perquisiscono, mi ritirano il passaporto adducendo come giustificazione una qualche irregolarità e mi trattengono agli arresti domiciliari in una piccola pensione di Mariscal Estigarribia, nel cuore del Chaco. Dopo una settimana di trepidante attesa, il colonnello mi fa sapere che l’unica persona in grado di risolvere la questione è il generale comandante, che però sta ad Asunciòn, a 700 km di viaggio attraverso la foresta. Rispondo che a quelle condizioni sono disposto a lasciare immediatamente il paese, ma mi dicono che non è più possibile: non sono più autorizzati a restituirmi i documenti. Questi, come avrei scoperto solo più tardi, erano già in viaggio verso Panamà, dove si trovava il quartiere generale di Fort Gullick, sede, tra l’altro, della famigerata School Of Americas.
A bordo di un camion militare vengo dunque portato ad Asunciòn, presso il comando di Stato Maggiore, dove vengo nuovamente perquisito. Frugano ovunque: nello zaino, nelle tasche dei vestiti, perfino nelle scarpe. Poi, senza aggiungere altro, mi gettano in una cella di due metri per due, provvista solo di una piccola finestrella all’altezza del soffitto. Sono controllato ventiquattro ore su ventiquattro da due guardie che sostano sulla soglia d’ingresso e che, armate di fucile e pistola, mi scortano fino ai servizi ogniqualvolta ne faccio richiesta. Dopo due settimane a base di pane e brodaglia, costretto a dormire a terra e completamente ignaro della mia sorte, vengo finalmente condotto nell’ufficio del comando militare. Qui, fortunatamente, ad attendermi c’è l’ambasciatore italiano. Mi vengono così restituiti il passaporto e la libertà, ma a condizione di lasciare il paese entro il calar del sole: sono difatti stato schedato come ‘indesiderabile’. Senza fare domande mi affretto dunque a riattraversare la frontiera per tornare in Bolivia, dove, nel frattempo, si era verificato un nuovo colpo di stato. Ora, al posto di Ovando Candia c’era il generale Torres, colui che un anno più tardi avrebbe concesso la grazia a Bustos e Debray. La situazione è ancora molto tesa; vige il coprifuoco. Appena metto piede sul territorio boliviano vengo fermato dalla polizia militare che, puntualmente, provvede ad esaminare documenti e passaporto. Per altre ventiquattro ore resto nuovamente in stato di fermo, poi vengo finalmente rilasciato.
Abbandono velocemente anche la Bolivia e rientro in Argentina. Se cinque mesi prima, quando vi arrivai, questa gemeva sotto il tallone della dittatura di Carlos Ongania, ora che me ne andavo la lasciavo nelle mani di Alejandro Lanusse, il nuovo dittatore di turno.
Bolivia ’70, l’imprevisto documentario che uscì da quel primo difficile viaggio e che segnò l’inzio della mia attività come documentarista, girò poi in gran parte dell’America Latina, riscuotendo numerosi apprezzamenti, mentre in Italia permise a molti di comprendere realtà socio-politiche fino ad allora poco conosciute.
Purtroppo, il generoso tentativo dei giovani studenti boliviani di liberare il proprio paese dal regime dittatoriale svanì tragicamente nel sangue. Solo Chato Peredo e pochi altri si salvarono dalla feroce repressione scatenata dal generale Ovando Candia, che non volle né feriti né prigionieri, ma tutti morti.

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La casa in cui sono cresciuto con i miei genitori e mio fratello, era sempre affollato di amici e parenti che venivano a condividere con noi il privilegio di una delle prime televisioni in bianco e nero del quartiere. Mio padre, rappresentante di elettrodomestici, l’aveva presa dal negozio che gestiva e portata in casa dove, una volta andati via tutti, restavo assorto di fronte a quella finestra aperta su un mondo cui già sapevo non avrei potuto resistere. Ricordo che erano immagini d’Africa e di insolite popolazioni che mi sembravano lontane anni luce dal modo di vivere che conoscevo, ma che non vedevo l’ora di comprendere.
Così, poco più che ventenne, mi ritrovai in Indonesia a caccia di nuove ed inaspettate realtà da immortalare con la mia Hasselblad, la macchina fotografica che fino ad allora mi era servita solo per piccoli servizi pubblicitari in una Milano fine anni ’60 che spalancava le porte alla moda e che già sentivo estranea.
Nel 1970, poi, fu la volta della Bolivia, un viaggio difficile a contatto con un’umanità tristemente povera ma straripante di vitalità ed energia. Ero arrivato lì per documentare le comunità minerarie e percorrere in lungo e in largo il paese, questa volta armato di cinepresa. La fotografia, l’immagine fotografica, non mi aveva lasciato completamente soddisfatto per i fini che mi proponevo. Era troppo limitata, mi stava stretta. Avevo bisogno di restituire l’immagine viva e dinamica di quelle realtà che avevo l’opportunità di esplorare. Dalla Bolivia avevo poi cercato di passare in Paraguay, ma alla frontiera ero stato fermato dalla polizia del Generale Stroessner, capo della feroce e sanguinosa dittatura militare che teneva il paese sotto la morsa del terrore. Mi perquisirono, mi sequestrarono il passaporto dicendomi che i miei documenti erano irregolari e mi gettarono in carcere. Dopo tre settimane venni espulso dal paese come indesiderato. Un’esperienza assurda.
Solo più tardi scoprii che durante il mio soggiorno boliviano avevo fatto sosta nella stanza che nemmeno tre anni prima aveva accolto le istanze rivoluzionarie di Ernesto Che Guevara e di tanti che come me avevano sperato nella liberazione di una Bolivia purtroppo ancora per lungo tempo destinata a restare succube dei tanti regimi dispotici.
In tutta certezza, posso dire che quel viaggio costituì il mio battesimo come documentarista, e da allora non ho più smesso. Ormai sono quasi quarant’anni che svolgo questo mestiere, e dei viaggi che ho fatto non ricordo più il numero. In tutto questo tempo ho avuto il privilegio di venire a contatto con realtà e popolazioni incredibili, alcune delle quali oggi non esistono più, o almeno non nelle forme in cui le conobbi io. Alla fine degli anni ’80, ad esempio, quando ancora lavoravo con Fininvest, allora ReteItalia, passai dei lunghi periodi in Amazzonia, tra diverse tribù indigene dove capitava che non avessero mai avuto a che fare con dei “bianchi” e dove le tradizioni etniche si mantenevano intatte da generazioni e generazioni. Oggi purtroppo molto di tutto questo è stato perso e la situazione degli indigeni è drammaticamente peggiorata. Così, paradossalmente, quelle immagini in pellicola hanno forse ora più valore documentaristico di quanto ne avessero ai tempi in cui furono girate.
In quell’occasione ebbi l’onore di filmare Helena Valero, un’anziana signora brasiliana che da bambina era stata rapita per mano degli Yanomami e lì, nella loro tribù, continuava a vivere sotto le nuove spoglie di Napeyoma. Una storia meravigliosa, perfetta per un romanzo d’avventura.
Ma ancora prima, nell’’86, ero stato in Irian Jaya, nella Nuova Guinea indonesiana: due mesi tra popolazioni di pigmei, di cui due settimane trascorse assieme agli Asmat, i “cacciatori di teste”, l’ultima tribù cannibale, responsabile tra l’altro della “scomparsa” di Michael Rockfeller, figlio del miliardario americano di cui si erano perse le tracce venticinque anni prima. Anche in questo caso per me si trattò di un’esperienza indimenticabile, una vera lezione sul campo di antropologia. Confrontarsi con culture così diverse e con un patrimonio così sterminato di tradizioni, usanze e modi di vivere è qualcosa che inevitabilmente lascia il segno e incide profondamente sulla propria consapevolezza e visione delle cose. Come quando nell’’82 ero impegnato a documentare il rito Vudù ad Haiti. L’ambiente era troppo buio per poter impressionare la pellicola con immagini sufficientemente definite, così chiesi all’officiante se potevo posizionare dei faretti che illuminassero meglio il tempio. Mi rispose di avere qualche minuto di pazienza, poiché non era autorizzato a prendere simili decisioni e avrebbe dovuto rivolgersi agli spiriti. Poco dopo ritornò dispiaciuto con esito negativo. Non potevo certo invocare argomentazioni di tipo pratico contro la volontà dei trapassati! Sono episodi che bisogna saper accettare e valorizzare, e anche se fanno parte di realtà a volte difficili da comprendere non si deve mai avere la presunzione di stare in una posizione privilegiata per l’accesso alla verità. Sarebbe l’errore più grave per un viaggiatore in generale.
Ho sempre ritenuto che uno dei modi più attendibili per conoscere e soprattutto capire determinate situazioni, siano esse particolari condizioni di lavoro o curiose tradizioni etniche, consiste nel dare la voce a chi quelle situazioni le vive sulla propria pelle. Così, nel corso dei miei viaggi mi sono spesso trovato ad intervistare personaggi dalle storie appassionanti, ricavandone testimonianze preziose. Quando nel lontano 1975 intervistai Jaime Paz Zamora, questi era semplicemente il leader del M.I.R., il movimento clandestino della sinistra rivoluzionaria, e mai avrei immaginato che una decina di anni più tardi sarebbe divenuto Presidente della Repubblica Boliviana.
Lo stesso mi accadde nel ’96, sempre in Bolivia, quando intervistai il leader dei cocaleros, un movimento indigeno che difendeva le proprie tradizioni avvalorando le proprietà medicinali delle foglie della pianta di coca contro il perverso utilizzo che ne facevano i commercianti di droga internazionale. Quell’indio dal grande carisma era Evo Morales, l’uomo che sta cambiando la storia del suo paese.
E ancora, nel 1980,  intervistai Luis Ignacio da Silva, capo del sindacato operaio di San Paolo. Oggi, più sinteticamente, i brasiliani ed il mondo intero lo chiama Lula.
In Vietnam, nel 1991, intervistai il Generale Vo Nguyen Giap, lo stratega militare che era stato personalmente scelto da Ho Chi Min per guidare le forze vietcong che difesero il paese dall’invasione statunitense. Un documentario sulla dura realtà vietnamita realizzato per Canale 5.
Tre anni più tardi riuscii a realizzare un’intervista ad Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione al regime militare birmano, segregata agli arresti domiciliari nonostante solo cinque anni prima avesse ricevuto il Premio Nobel per la Pace.
Purtroppo, in tutti questi anni, di problemi non ne sono mai mancati. Il documentario, inteso come arte cinematografica, ha sempre avuto vita difficile, soprattutto in un paese come l’Italia dove, ormai da parecchi anni a questa parte, la cultura svolge un ruolo marginale nei palinsesti televisivi. Pochi hanno il coraggio di assumersi le responsabilità ed i costi – anche se minimi in confronto agli investimenti che vengono fatti per trasmissioni di tipo commerciale – di produzione di un documentario, così, la maggior parte di quelli che vengono trasmessi sulle nostre reti sono lavori acquistati dalle grandi case di produzione anglosassoni. È scontata dunque la forte crisi economica che colpisce questo settore cinematografico già di per sé, purtroppo, ritenuto minore.
A partire dalla metà degli anni ’90, fortunatamente, ho cominciato a collaborare con la Televisione Svizzera Italiana (R.T.S.I.), con la quale ormai ho co-prodotto e realizzato una quarantina di lavori.
Tra questi tengo molto ad una serie in dieci documentari incentrata sul rapporto simbiotico che lega certe popolazioni ad alcuni animali indispensabili per la loro sopravvivenza o pregni di forti valenze simboliche ai fini di antichi riti tradizionali che ancora conservano.
Un’altra serie costituita da tredici documentari l’ho realizzata invece sul problema del lavoro minorile nel mondo, una piaga sociale che affligge innumerevoli paesi. Ho documentato così la vita di decine di bambini e ragazzi peruviani che lavorano in una baraccopoli mineraria a 5.400 metri d’altitudine, in condizioni disumane ed a contatto con sostanze chimiche altamente tossiche; o quella, in Cambogia, di altrettanti adolescenti impiegati nella raccolta del sale per più di dieci ore al giorno, a schiena bassa sotto un sole cocente e con i piedi perennemente bagnati dall’acqua salata; e ancora la drammatica situazione di centinaia di bambini guatemaltechi che vivono in un’immensa discarica a cielo aperto dedicandosi a raccogliere diversi materiali di riciclo da vendere per pochi soldi. Queste sono solo alcune delle tragiche situazioni di sfruttamento dei minori che ho potuto documentare e che valgono come pesantissimi atti d’accusa nei confronti dell’indifferenza e della disinformazione generale. Un’indifferenza e una disinformazione che colpiscono in particolar modo il continente africano, da sempre depredato delle sue grandi ricchezze, come nel caso dei diamanti della Sierra Leone, responsabili di una tra le più atroci guerre civili degli ultimi anni. Qui, nel 2006, ho raccolto le commoventi testimonianze di ex-bambini soldato, ora reinseriti nella società grazie all’impegno e alla generosità del missionario spagnolo Chema Caballero.  Un altro grande missionario, sempre spagnolo, è Christopher Hartley, strenuo difensore dei diritti dei lavoratori della Repubblica Domenicana, impiegati nella raccolta della canna da zucchero in un contesto di vero e proprio schiavismo. Nemmeno un anno dopo aver realizzato il documentario, sotto pressioni delle compagnie zuccherificie, Hartley è stato espulso dal paese, e recentemente anche la mia professionalità è stata messa in dubbio dall’Union Azucarera, insinuando la mia complicità in una presunto complotto cospirazionista internazionale ai danni delle imprese domenicane.
Infine, l’ultimo lavoro, ancora in fase di post-produzione, – se ne può visualizzare un breve trailer sul sito www.adrianozecca.it nella sezione ‘Video’ – l’ho girato lungo il confine che divide il Guatemala dal Messico, documentando il difficile e pericoloso viaggio a bordo di vecchi treni merce che migliaia di migranti sudamericani intraprendono per attraversare la frontiera, nella speranza di raggiungere, un giorno o l’altro, gli Stati Uniti. Un viaggio rischiosissimo, minacciato da frequenti controlli di polizia e dagli assalti di vere e proprie bande criminali che non esitano nel far ricorso alla violenza. Feriti e morti continuano a riempire i quadri delle statistiche mensili.
Un lavoro, questo sui migranti clandestini, che purtroppo, dati i tempi che corrono, trova qui in Italia un triste e doloroso riscontro.
Testi a cura di Raùl Zecca Castel.

 

Commenti

  1. [...] The rest is here: Quel viaggio in Bolivia sulle tracce del Che @ Domani Arcoiris TV [...]

  2. Marco

    Complimenti!
    Davvero emozionante.
    Che fortuna aver vissuto quei momenti.

    Marco

  3. marco pitzen

    sono allibito che si parli di busto e di debray come eroi incarcerati quando è storicamente conosciuto che sono stati i traditori che hanno fatto ammazzare il che

  4. Adriano Zecca

    Caro Marco Pitzen,

    se rileggi con attenzione l’aticolo, ti accorgerai che in nessun momento si fa riferimento a Bustos e Debray come “eroi incarcerati”, ma si riportano semplicemente dei fatti storici così come io ho avuto modo di documentarli.
    Tieni presente, poi, che in quei momenti non filtrava alcuna informazionee di conseguenza era impossibile sapere il reale ruolo dei due.

  5. Gianni Pagni

    Mi dispiace che tu consideri Regis Debray (Danton), ma soprattutto Ciro Bustos (Carlos) come traditori del Che. Non credo che Ciro Bustos abbia tradito il Che. Quei disegni che raffiguravano i guerriglieri e lo stesso Che erano già ben noti alle milizie di Barrientos, per cui Bustos non dette nessuna nuova notizia, ma anzi con quei diesegni riuscì a non far arrestare nessuno nella terra di Argentina dove stavano i suoi compagni in attesa di iniziare la guerriglia.
    Ti consiglio di vedere il documentario di Gandini Sacrificio e di leggere e rileggere tutta la vicenda dell’abbandono del Congo, alla permanenza a Praga, Cuba e infine Bolivia.
    Se qualcuno ha tradito il Che è stata l’Unione Sovietica che passò preziose informazioni alla CIA, oltre naturalmente ai partito comunisti Latinoamericani (in particolare boliviano) che lasciò il Che nell isolamento tradendo la parola data a Fidel: quello stesso Mario Monje che si ritirò poi in Unione Sovietica e dove credo risieda ancora. Su arcoiris trovi un documentario in tre parti sul Che con interviste dell epoca prorpio a Monje: da lì si capisce bene chi tradì il Che. Lasciamo da parte Ciro Bustos, Camba, e Debray (anche se quest ultimo è stato ed è un vero volta-gabbana).

  6. Lulu Ortega

    Gracias por estos videos y la oportunidad di ascoltare e leggere diversi punti di vista….Mi viene solo di pensare a “Imagine” de John Lennon….Quanti sognatori dovranno morire ancora? Quanto dolore ancora?
    Laila