La Lettera

Per ripulire la democrazia inquinata i ragazzi hanno bisogno di un giornale libero

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La Lettera

Domani chiude, addio

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Teatro bene comune per il palcoscenico di dopodomani

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Teatro Municipal - Foto di Elton Melo

“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, ed il teatro è una grande forza civile, il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”. Parole di Leo …

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Il governo Berlusconi non è riuscito a cancellare l’articolo 18, ci riuscirà la ministra Fornero?

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Roma 23 marzo 2002: l'ex segretario Cgil Sergio Cofferati al Circo Massimo

Il governo Monti ha perso il primo round con Susanna Camusso che fa la guardia alla civiltà del lavoro, fondamento dell’Europa Unita. Sono 10 anni che è morto Marco Biagi, giuslavorista ucciso dalle Br. Si sentiva minacciato, chiedeva la scorta: lo Scajola allora ministro ha commentato la sua morte, “era un rompicoglioni”. Rinasce l’odio di quei giorni? Risponde Cesare Melloni, …

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[caption id="attachment_2979" align="alignleft" width="120" caption="Cortesia della BancaProfilo"]Cortesia della BancaProfilo[/caption]Tullio Pericoli è un viaggiatore immobile. Esplora le rughe e si perde nello sguardo dei personaggi che racconta con la matita. Ma la vocazione che scioglie la fantasia é un'altra, intima e profonda: quei paesaggi che ne accompagnano la vita, solchi di colline e foreste minacciose immaginate dalla finestra dei ricordi. Ha disegnato i protagonisti di quarant'anni d'Italia con l'ironia di chi ne indovina i pensieri. Ritratti che diventano libri. Ne uscito uno da Adelphi appena chiusa la mostra antologica "Sedendo e mirando" che Ascoli gli ha dedicato dalla primavera all’autunno.

Tullio Pericoli, l’Italia in punta di matita

27-11-2009

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Tullio Pericoli è un viaggiatore immobile. Esplora le rughe e si perde nello sguardo dei personaggi che racconta con la matita. Ma la vocazione che scioglie la fantasia é un’altra, intima e profonda: quei paesaggi che ne accompagnano la vita, solchi di colline e foreste minacciose immaginate dalla finestra dei ricordi. Ha disegnato i protagonisti di quarant’anni d’Italia con l’ironia di chi ne indovina i pensieri. Ritratti che diventano libri. Ne uscito uno da Adelphi appena chiusa la mostra antologica “Sedendo e mirando” che Ascoli gli ha dedicato dalla primavera all’autunno.

Cortesia della BancaProfilo

Cortesia della BancaProfilo

Appartiene alla generazione che ha inventato la satira politica  dopo gli anni neri del fascismo, generazione alla scoperta della realtà mentre cominciavano i favolosi Sessanta. Troppo giovane per la Resistenza e il ’68 era ancora lontano. Generazione fortunata: cresciuta spartanamente nel dopoguerra, si affaccia mentre il primo miracolo sgela il benessere. E non si arrende alle ambizioni politiche. E’ la prima e forse l’ultima a poter scegliere un’altra strada. Rovescia l’impegno al quale costringono gli studi, per inseguire vocazioni diverse senza soffrire l’umiliazione degli psicologi laureati che per sbarcare il lunario oggi fanno i postini a tempo determinato. Allora l’utopia era a portata di mano senza sgomitare negli intrighi e nei compromessi: è l’ottimismo che ancora consola la morale respirata nelle famiglie di un’altra Italia.

Tullio Pericoli è uno di quei “ragazzi”. Il suo viaggio accompagna la storia del disegno e della politica.

17 giugno 1978: la copertina dell’Espresso rompe un tabu. Fino a quel mattino la grande stampa non aveva osato la satira in prima pagina: vizi e virtù dell’onorevole nel sorriso senza riguardo di una matita che ne coglie le debolezze. E’ vero che Fanfani faceva da tappo allo spumante di Forattini nelle pagine interne di Paese Sera ( ma era un foglio comunista ) e poi  il Forattini di Repubblica e poi il Forattini di Libero e Panorama mondanamente aggrappato alle briciole del successo lontano  di quando affidava l’indiscrezione del grottesco light a cronache disegnate senza riverenza. Tanto per rallegrare la serietà delle meditazioni politiche. Ma é una scioltezza maneggiata con cautela. Mai in prima pagina.  Si considerava inopportuno abbracciare lo sberleffo alla solennità della testata del giornale. Il 17 giugno ’78 L’Espresso di Livio Zanetti annuncia un dossier sul presidente della repubblica Giovanni Leone: disegno copertina di Tullio Pericoli. Leone, vestito da marinaretto fa il gioco delle tre carte sotto il titolo “ E le tasse le paga ? “. Domanda terribile a quei tempi non nei nostri dove l’onorevole e ministro Previti rovescia il costume sorridendo in tribunale a proposito della corruzione Mediaset: “ Nessun intrigo, solo un’innocente evasione fiscale “.  In quel ’70 soffia la bufera del caso Locked, tangenti per aerei americani. Il sorriso di Pericoli torna per settimane, ritratti esasperati da una lente che ingigantisce un signore in apparenza indifeso. Ritratti, come racconta Pericoli introducendo il primo libro Adelphi di qualche anno fa-  577 personaggi, da Umberto Eco francescano nel nome della rosa a Kafka smarrito in un deserto nel spuntano come formiche le sue immagini -; ritratti, dice Pericoli,  che diventano “ biografie diverse dalla devozione dell’ ufficialità, facce riassunto che somigliano al volto vero, ma sono ancora più vere perché ne raccontano la storia “. E’ la filosofia dei  nuovi ritratti raccolti nel libro appena uscito.

Nell’Italia prude di allora non sempre erano storie edificanti. La satira contribuisce a travolgere Leone.La gente si abitua a guardarlo come presidente marinaretto. Nel paese che osservava la Costituzione, é la prima querela  di capo di stato ad un giornale: Pericoli imputato, l’Espresso sequestrato. Ma le procedure perdono tempo a fermare le edicole e due giorni dopo il foglio dissacrante è esaurito. “ La politica scopre che il disegno satirico poteva avere un impatto clamoroso nell’informare i lettori in modo diverso “, racconta l’autore. E l’Espresso che da settimanale lenzuolo si era trasformato in un tabloid con mille pensieri e tirature non consolanti, ricomincia  a correre. Leone deve dimettersi.

“ Ricordo la presentazione di un film- documentario di Roberto Faenza sull’ Italia anni settanta. Sotto i titoli, una parata militare. All’improvviso il primo piano di Leone, imperterrito, assolutamente immobile: guarda la truppa che sfila. E la gente ride. Nel ricordo degli spettatori l’ immagine ufficiale veniva sostituita dal disegno che lo rendeva impresentabile “.

Pericoli lascia Ascoli per sbarcare a Milano nel 1962. Il Giorno è la prima vetrina ad accoglierne i disegni. Accompagnano le inchieste di Giorgio Bocca sull’ Italia che cambia: Vigevano dove le scarpe diventano oro, o la Bergamo dalle tre “ p “: preti, puttane, Pesenti. ( re del cemento ). “ Cercavo di rendere le immagini poco didascaliche. Aggiungevo una interpretazione che veniva dal mio modo di disegnare “. Vorrebbe proporre la satira tanto amata negli anni del liceo. Il capo dei grafici ( oggi si dice art director ) torna scornato dall’incontro col vice direttore Angelo Rozzoni.  “ Il Giorno di Italo Pietra stava cambiando le abitudini dei quotidiani italiani, eppure non se la sentiva di pubblicare ritratti deformati dei politici ai quali il rispetto restava dovuto “. Resistevano riverenza, forse paura. Le vignette di quel Giorno erano di un famoso disegnatore del Daily Express. A Londra era permesso, in Italia proibito. “ Per Saragat o Fanfani niente da fare “.

Ma la buona notizia arriva con Linus: apre alla satira e due amici si legano ad un impegno ormai lungo quarant’anni. Nasce la “ ditta “ Pericoli-Pirella. Emanuele Pirella è un pubblicitario che ha cambiato la pubblicità: meno carta patinata, tante idee. E poi il “ punto Pirella”, sospensione che annuncia lo slogan finale.  Stava rilanciando gli stracci di una fabbrica di pantaloni. Con l’acqua alla gola si butta nei jeans. “ Jesus “, dice Pirella. “ Non avrai altro Jesus al di fuori di me “. “  Chi mi ama mi segua “, fondo schiena di una ragazza che scandalizza i muri d’Italia. Un pretore di Palermo lo fa sequestrare. La prima striscia si chiama “ Identikit “ ed appare sull’Erba Voglio, rivista freudiana di Elvio Facchinelli il quale invita Pericoli-Pirella a raccontare la storia del taxista che giurava di aver portato Pietro Valpreda a mettere le bombe in piazza Fontana. Rolandi dice, smentisce, ridice. Inventa un protagonismo che giornalisti come Tortora esasperano nella figura del povero ballerino venduto come  mostro. Poi nasce il “ Dottor Rigolo “. Rigolo è il ristorante milanese attorno al Corriere. Fra i suoi tavoli  giornalisti e personaggi simbolo di quella realtà: il direttore del grande quotidiano il cui profilo evoca Spadolini o l’onorevole o il finanziere chiacchierato o un cardinale. “  La faccia di nessuno, ma tutti capivano chi era dal dialogo che coglieva le ansie del momento “.

Cominciavano gli anni travagliati del Corriere, cominciava l’ingrigirsi del Giorno, novità che aveva svegliato l’informazione italiana. “ Muore Mattei, Italo Pietra deve andarsene, arriva Gaetano Afeltra che aveva lanciato il Corriere d’Informazione, ma la sua autonomia appare debole e Il Giorno si normalizza.  Ecco che il dottor Rigolo raccoglie nella sottomissione il direttore sottomesso, mescolandolo alle pruderies del timoniere di via Solferino, cauto nel doppiopetto solenne. Scalfari viene lasciato fuori: Repubblica ancora non c’è “.

Proprio Repubblica incrocia la sua storia con le fantasie di Pericoli-Pirella. Il Pirella pubblicitario è impegnato nel lancio del nuovo giornale “ Ed è stato facile annunciarne il profilo e le fortune. Abbiamo immaginato la presentazione alla Scala. E’ andata in scena al Piccolo Teatro. Sapevamo qual’era l’impaginazione, il taglio degli articoli, i giornalisti che li avrebbero scritti: Giorgio Bocca, Gianni Brera, Roberto de Monticelli, Natalia Aspesi, Bernardo Valli e ogni bel nome in fuga dalle ceneri del Giorno. Se l’aereo di Mattei non fosse caduto, Italo Pietra sarebbe rimasto nella sua poltrona, forse Repubblica poteva non nascere. Ma i se non valgono… “.

Pericoli- Pirella vanno al Corriere chiamati da Gaspare Barbiellini Amidei, vice direttore e responsabile della cultura. Recensioni a fumetti nelle pagine dei libri: “ Tre, quattro vignette in verticale. Se il protagonista del saggio era un politico, eccone la caricatura. Ma non tutte le settimane riuscivamo a trovare i libri adatti “.  Perché l’impegno si concentrava su tre battute tenendo conto delle cose che i lettori dovevano sapere per poi sorridere nella complicità della beffa finale. Pirella ha un’idea: trasferiamoci in un salotto letterario. Quarant’anni fa si apre il Salotto di Fulvia “ raccontando le prime chiacchiere su Repubblica…”.

Salotto di Roma o Milano ? “ Milano “. Fulvia vagamente ispirata a Giulia Maria Crespi. Pericoli non ricorda se Inge Feltrinelli già raccoglieva gli amici attorno a poltrone per discutere di cultura con la politica in agguato. Da Fulvia vanno tutti quelli che contano qualcosa e credono di contare di più; quelli che   non contano  ma si comportano come se contassero e quelli che una volta hanno contato, ma non contano da un pezzo e cominciano a sospettare di non aver mai contato. Sepolto in una poltrona Oreste del Buono ( scrittore e padre di Linus ) ammira le “ caricature di splendida ferocia “. Gli autori frequentano salotti ? Mai. Li immaginano. Né  hanno consuetudine coi politici come ogni coetaneo che allora aveva scelto il mestiere che voleva scegliere senza i purgatori di raccomabdazioeni,  co co co, call centers. Negli anni del Giorno, Pericoli illustra i racconti di Giorgio Bassani, Italo Calvino, Arbasino, Mario Soldati. Comincia la curiosità per un tipo di ritratto che riscrive la sua vita e allarga il successo ad altri paesi.

E’ il mondo che ormai ha lasciato per i paesaggi dell’infanzia un po’ veri e un po’ favole. Solo Fulvia continua a stupirsi. Alla vigilia di Sant’Ambrogio, riapertura della Scala, l’ottimismo della padrona di casa è tormentato da un dubbio: “ Lo spettacolo sarà meraviglioso, le scenografie straordinarie, cantanti in gran forma, il maestro, il più grande maestro. Speriamo che quello stupido di Salieri faccia la sua parte… “. Salieri, rivale di Mozart.

Divertente, ma la politica è quasi sparita. Perché ? “ Oggi non è possibile. Se non parliamo di Berlusconi o dei retroscena più triti dei figuranti che girano attorno; se non parliamo delle pattumiere televisive non sappiamo cosa dire. Di libri ormai non si discute. Non emergono polemiche dove la cultura possa incalzare la politica. C’è una specie di marea che affoga e copre tutto: le acque nere del belusconismo. E poi la presenza invadente dei politici in Tv “. Spesso impegnati in un teatrino che rende inutile l’interpretazione disegnata: autocaricatute involontarie… ” Non è così. Il disegno ha una capacità di approfondimento sottile. Quando guardo una faccia non posso fare a meno di pensare come la rappresenterei. Durante le penultime elezioni Usa ero tentato dal ritratto di Bush. Mi attraeva la combinazione tra gli occhi e il naso. Occhi piccoli come due fessure vicine, spostate verso l’alto, e quasi sostenute da un’altra fessura che le incrocia: il naso, stretto, adunco. Tre elementi che comunicano un’acutezza temibile. Anche il sorriso non riesce ad attenuarla. Non è mai spontaneo “.

E Berlusconi ? “L’ho disegnato qualche volta sui divani di Fulvia. Frettolosamente. Pupazzi, non ritratti. Guardandolo mi colpiscono i trucchi: capelli colorati che crescono e poi le deformazioni della chirurgia. Si vedono moltissimo. Una faccia che ha preteso un intervento di quel tipo comunica la voglia di apparire piacente, falsificando l’ espressione. E’ convinto di poter convincere solo con l’aspetto. Ciò che poi dice non importa. Prima arriva  la faccia, poi le parole. Se parlasse alla radio la sostanza delle cose sarebbe accolta in modo diverso. Il fatto che abbia bisogno di accompagnarle con la deformazione della bocca ridente, sempre più larga nello sforzo dell’allegria, ne fa capire la fragilità: teme che il contenuto dei messaggi non sia abbastanza serio e per niente convincente “.

Ma a parte la marea nera, Pericoli si è allontanato dalla politica disegnata perché la vocazione è  diversa. Voleva fare il pittore, ma di quadri un ragazzo non vive. I giornali gli hanno permesso di sbarcare il lunario fino a quando la critica e il mercato lo hanno scoperto. Comincia un capitolo insolito nelle cronache dell’arte. Da principio le regole lo imprigionano nella galleria del grande mercante con attorno critici togati che esaltano le opere, direttori di musei, collezionisti importanti. I giornali  ne parlano.  Diventa un caso. Insomma, il successo. Ma è un successo che pesa: “ Ho imparato tutto il peggio del sistema dell’arte “. Un sistema, al quale Pericoli si ribella e in silenzio se ne va non sopportando personaggi che le abitudini commerciali rendono eterni. Mercante, critico del giornale che conta, direttori di musei e collezionisti da pilotare. Gonfiano il valore dell’artista “  valore commerciale che trascura il rapporto con la gente “. Pericoli non sopporta. E’ abituato agli umori di chi sfoglia i giornali. Al dialogo con gli intellettuali più diversi. Gli è difficile convivere con i guardiani del successo. E obbedire alle scelte che mercante, critici e direttori di musei impongono. Senza il girotondo di queste garanzie il collezionismo non si muove. “ E il pittore deve stare al gioco. Gira una quantità enorme di denaro. Il mercante si arricchisce, il critico anche “. Possibile che tutti i critici siano così ? “ Non tutti. Roberto Tassi ( “ Repubblica “ ) era l’esempio contrario: un ricercatore che ha passato la vita a capire i pittori. Indagava per raccontare stando alla larga da un certo tipo di rapporti. Soprattutto, senza assumere il potere del protagonista che inventa tendenze o movimenti fasulli privi di una teoria o di un concetto estetico: sigle sbandierate per ragioni di mercato, giornali, università “.

Pericoli rompe. Scelta pericolosa. Ricominciano i giorni difficili. Si salva come nessuno poteva immaginare: torna ai giornali e le pagine diventano gallerie. Mostre d’arte appese a Repubblica e all’Espresso. Era successo a Saul Streiberg che esponeva i disegni sulle copertine del New Yorker. Ma con tutto il rispetto per un giornale sofisticato, occhio critico su cultura ed umori, Il New Yorker non è una rivista popolare come Repubblica o l’Espresso dove si concentra  larga parte dell’informazione politica.  La popolarità favorisce una specie di miracolo. Mentre gli insoddisfatti che scappano si rifugiano nelle università o nelle case editrici, la vita agra nel mercato dei mercanti fa ripartire Pericoli proprio dai giornali. Sfogliandoli, l’assessore milanese Corbani propone una mostra a Palazzo Reale. E il successo ricomincia. Paesaggi la cui fantasia viene raccolta in libri non solo italiani. Copertine di romanzi e saggi. Il teatro è l’ultimo richiamo. Comincia a Zurigo con le scenografie dell’ “Elisir d’amore. Le ridisegna per la Scala. Riappaiano a Napoli. Mette in scena al Piccolo “ Le sedie “ di Jonesco: regia, scene, costumi. Esce da Adelphi “ La casa ideale “ di Robert Louis Stevenson , pagine che Pericoli attraversa con la grazia di chi sceglie le immagini per un documentario che ha l’intimità di un pastello, pagine di un secolo e mezzo fa. “ Qualunque sia il posto nel quale ci proponiamo di trascorrere l’esistenza, due sono le condizioni imprescindibili: la solitudine e la presenza vivicante dell’acqua “.

Sulle colline di Ascoli, le finestre della casa rifugio di Pericoli si aprono verso le gobbe verdi che scendono dai Monti Sibillini. Disegno e politica sono davvero lontane: è giusto isolarsi in momenti come questi ?

”Si può sorridere negli intrighi di una società serena dove la cultura stimola la politica e ne è ripagata oppure oppressa. Ma nella società gridata dei bingo e degli spot Tv la cui modulazione dà l’impressione di specchiarsi nelle decisioni quotidiane di chi governa, ho il dubbio che disegnare l’ironia non serva. Se la realtà cambia, chissà…”.