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La Lettera

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La storia che state per leggere mi è stata raccontata direttamente dai protagonisti "presunte vittime". È dunque una "storia di parte", sarò infinitamente disponibile a riportare anche la versione dell’altra parte (capo della polizia, questore, agenti) alle stesse condizioni con le quali ho ascoltato questa: racconto diretto, domande, anche indiscrete, e risposte. Nessun comunicato ufficiale, ce ne sono già stati, e non dicono nulla

Una storia di parte: “Correte in questura, hanno ammazzato Tommaso”

13-10-2011

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Stop police violence - Foto di Steve HoangLa famiglia De Michiel abita a Venezia nella zona del porto. Walter è ispettore capo della polizia di frontiera, Simonetta, la moglie, lavora come collaboratrice scolastica, e poi ci sono i due figli Nicolò 27 anni, laureato in storia medioevale, e Tommaso 25 anni, lavora come precario. Ci incontriamo una domenica pomeriggio proprio nella piazzetta davanti all’osteria di Tommaso, al sole fa ancora caldo, seduti ai tavolini c’è anche l’avvocato di famiglia Federico Guerriero. Ci sono tutti, manca solo il papà poliziotto.

- Con quello che gli è già capitato è meglio che non parli più in pubblico di questa storia – precisa la moglie.

L’ispettore De Michiel è stato infatti licenziato, sanzione poi ridotta ad una sospensiva di sei mesi dal lavoro a metà stipendio, per aver parlato al microfono durante una manifestazione di solidarietà ai figli. Perché parlò e cosa disse, lo chiarirà il racconto.

Tommaso, il più giovane, è irrequieto, non mi pare abbia una gran voglia di incontrarmi. La mattina stessa è uscito un articolo sul Manifesto, firmato da Cinzia Gubbini. Contiene per la prima volta dettagli, circostanze precise e soprattutto foto, dopo che una prima denuncia generica era già stata lanciata dal sito internet di articolo 21. Tommaso, me lo ripeterà più volte, non se la sente di essere sbattuto sui giornali. Si alza, scuote la testa e ci dice che è meglio non stare all’aperto, troppa gente in giro e non solo turisti.

Entriamo nel retro dell’osteria, un locale buio, pochi tavoli, i cellulari non prendono. Tommaso barrica l’entrata con un asse di legno e il resoconto di quelle ore terribili può finalmente cominciare. Fatti, circostanze, luoghi e dialoghi sono riferiti a quattro voci ( mamma, figli e avvocato) in modo preciso e chiaro, senza vuoti di memoria e incongruenze.

Venezia, notte del 2 aprile, è da poco passata l’una. Tommaso e Nicolò stanno tornando a casa, sono a poche centinaia di metri dall’abitazione di famiglia, litigano animatamente, Tommaso l’ha fatta grossa e Nicolò vuole assolutamente che racconti tutto ai genitori. Tommaso ha anche bevuto e non è facile farlo ragionare. In quel momento passa un motoscafo della polizia per un normale controllo, il faro accesso illumina i due fratelli, la volante accosta vicino ad un’altra barca e scendono 4 agenti. Iniziano i controlli, Tommaso non ha documenti, il ragazzo fornisce le sue generalità, il fratello le conferma, precisano anche di essere figli di un loro collega, verifiche alla centrale. Il capo pattuglia se ne sta un po’ lontano, è il più tranquillo, gli altri tre agenti circondano invece Tommaso, piccole spinte, sempre più vicini, lo pressano. Volano male parole, reciproche. Trascorre una ventina di minuti e alla fine il ragazzo viene caricato sulla barca per essere portato in questura.

- Ma cosa fate? – chiede Nicolò.
- Stai zitto, se no, vieni in questura anche tu!
- Sì vengo anch’io.

Tommaso nel salire sulla barca scivola, barcolla. Gli agenti diranno poi che voleva scappare, prendere il mitra che hanno lasciato incustodito sul mezzo e fuggire con il motoscafo. Quindi viene subito ammanettato e buttato a terra. Qui prende la prima serie di calci e pugni. Una signora vede tutto dalla finestra e spiega nella memoria difensiva raccolta dall’avvocato: “Sembrava un normale controllo, i due ragazzi erano tranquilli, poi uno dei due l’hanno scaraventato sulla barca e gli hanno messo le manette. – Che cosa fate, ho urlato, non ha fatto niente! ho urlato -Non si preoccupi, prego, prego – mi hanno risposto in modo burbero. Poi il motoscafo se né andato a tutta velocità”.

In questura succede subito un episodio strano, che con po’ di malizia si può interpretare come provocatorio, nel senso letterale e non figurato del termine. Nicolò, il fratello maggiore, quello calmo e ragionevole, viene bloccato, seduto a terra, braccio legato alla sbarra. Tommaso invece, che è molto agitato, braccia ammanettate in avanti, è libero di muoversi. Attorno a lui c’è una decina di agenti. Un uomo in divisa gli sferra un potente calcio ai testicoli, il ragazzo cade a terra e grida:

- Maledetti, me la pagherete!

Un secondo agente allora lo calpesta con gli anfibi e così lo apostrofa:

- Taci, zecca comunista , ora hai smesso di rompere i coglioni.
- Siete dei fascisti – risponde Tommaso

Nicolò vede tutto da una stanza vicina e urla:

- Ma che cazzo abbiamo fatto, fateci parlare con qualcuno.

La reazione del fratello non è gradita e in tutta risposta anche per lui ci sono calci agli stinchi e viene chiuso dentro alla stanza, perché non possa più vedere nulla. Ma Nicolò sente, urla forti, poi rantoli, poi nulla. Cerca di togliersi le manette e prendere il cellulare. Altro particolare “fuori norma”: perché i due ragazzi fermati e ammanettati non sono stati perquisiti? Gli lasciano tutto in tasca: le chiavi di casa, il portafoglio, l’ipod, il telefono. Ma essendo considerati delinquenti non potevano nascondere coltelli o altri oggetti pericolosi? È normale arrestare qualcuno senza perquisirlo? Che procedura è mai questa? In che stato erano quella notte alcuni agenti?

Fatto sta che Nicolò, fresco di tesi di laurea sui Bizantini a Venezia tra cinque e seicento, riesce a divincolarsi e ad estrarre dalla tasca dei calzoni il cellulare. Chiama i genitori:

- Correte in questura, hanno ammazzato Tommaso.

La casa è a poche centinaia di metri dalla Questura. È ancora sulle scale di casa la mamma, quando preventivamente chiama il 118. Cinque minuti e sono in Santa Chiara. Il padre mostra il tesserino al piantone:

- Sono un collega, devo andare alle volanti.

La moglie lo segue e in un angolo del chiostro della questura, vedono il figlio minore disteso a terra, una decina di poliziotti attorno. Ha il giubbotto e in un primo momento non notano le manette, ma vedono che il volto è una maschera di sangue.

- Ma cosa succede, siamo in un film americano? – grida la mamma che si getta sul figlio disperata. E ancora: – Ma lo avete picchiato voi, lo volevate picchiare ancora?

La risposta prevede un imperturbabile silenzio, rotto però dall’altro fratello, che sente la voce della mamma.

- Sono matti! – urla dal chiuso della stanza Nicolò.
- Dov’è l’altro figlio? – chiedono i genitori

Un poliziotto indica la stanza, il padre apre la porta e vede Nicolò ancora in manette alla sbarra.

- Si possono togliere queste manette? – chiede
Il collega sulla porta fa un cenno di consenso e ordina ad un altro:
- Vabbè, dagli la chiave.

È una procedura normale anche questa? Padre o collega che sia, uno entra in questura, vede il figlio in manette, e se ce le ha si suppone che sia sospettato di un reato, e su richiesta diretta ottiene addirittura le chiavi per liberarlo?

Nicolò libero è una furia scatenata, si lancia inveendo contro i poliziotti:

- Io vi denuncio, datemi voi ora le vostre generalità, vediamo se adesso avete il coraggio di picchiarci, papà parlaci tu con loro.

Come prima. Alle provocazioni non si replica, si risponde solo con gesti di scherno, sorrisetti e scrollate di spalle. Alcuni agenti se ne vanno come a voler declinare responsabilità. Nel frattempo l’ambulanza di terra non è ancora arrivata e la mamma effettua una seconda chiamata. Passano ancora alcuni minuti e finalmente il 118 parcheggia sotto la questura, gli infermieri scendono, ma non per prendersi cura dei due ragazzi, ma intrattengono un lungo colloquio con alcuni agenti. La spiegazione ufficiale è questa : “C’è un problema burocratico, non è stata avvisata l’ambulanza di competenza, la titolarità dell’intervento è di Mestre”. Ed è così che infine arriva l’idro-ambulanza. Si va all’ospedale? È ancora presto, c’è ancora un delicato ostacolo da risolvere. Dice testuale il capo-pattuglia:

- In casi come questi, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, ingiurie, li avremmo portati direttamente in carcere. Ma visto che sono figli di un nostro collega ci limitiamo ad una sanzione amministrativa.

La notifica che i due fratelli dovrebbero firmare specifica che “sono stati trovati in stato di evidente ubriachezza come risulta dall’alito e dalle frasi sconnesse”. Nicolò non ci sta, lui tra l’altro non aveva nemmeno bevuto, e poi d’altronde erano a piedi, in strada, non urlavano, erano quasi sotto casa.

- Io non sono ubriaco, dice, fatemi l’alcoltest per controllare.

Alcoltest cercasi, la questura di Venezia non lo dispone, almeno questo rispondono a Nicolò. Senza firmare i due fratelli riescono comunque ad imbarcarsi sulla idro-ambulanza e si accorgono per altro che anche la prima ambulanza è ancora in questura. Sul pontile la mamma incrocia un agente in borghese, la domanda è maliziosa:

- Perché è ancora lì l’altra ambulanza, non c’è un problema di competenza anche per voi? O forse è lì perché gli agenti vogliono farsi refertare, ma io li ho visti, stanno tutti bene.

Quella notte nella questura di Venezia si sprecano i sorrisi ironici, specie nelle risposte.

I referti dell’ospedale di Venezia accertano questo: Tommaso De Michiel, 23 anni, una costola rotta e una incrinata, ematoma ai testicoli, trauma facciale, emorragia ad un occhio, labbra tumefatte, lesioni ai polsi provocate da trascinamento. I genitori chiedono espressamente di sottoporre Tommaso ad un esame tossicologico: negativo il test antidroga, tasso alcolemico 1 grammo per litro. Viene dimesso il giorno dopo con 40 giorni totali di prognosi.

Due giorni dopo, il sabato successivo ai fatti, gli amici dei due fratelli organizzano una manifestazione di solidarietà in Campo Santa Margherita. Alcuni video hanno registrato tutto quello che è successo ed è stato detto in quella piazza. Tommaso parla al microfono, ma non descrive quello che è accaduto, non se la sente, non vuole nemmeno farlo, non cerca commiserazione, forse si vergogna pure. I toni sono civili, non una parola contro la polizia, chiede solo che sia fatta giustizia e che siano individuati i responsabili. Non riesce ad aggiungere altro, ringrazia gli amici e come a chiedere sostegno, così chiude il discorso:

- Lascio il microfono a mio padre che è un poliziotto.

Un poliziotto non può parlare in pubblico senza permesso, specie in una manifestazione non autorizzata, che anzi sarebbe stato suo dovere segnalare. Questo prevede il regolamento. Ma in quel momento Walter ha solo una divisa, la più importante, quella di padre e ai coetanei del figlio dice:

- Io mi dissocio da quanto è accaduto negli uffici della Questura di Venezia la notte del 2 aprile. Ma volevo anche dirvi che la polizia non è quella, anzi la maggior parte di noi rispetta e segue le regole e le leggi. Noi lavoriamo in condizioni difficili, sottopagati con pochi mezzi. Questa iniziativa non è un attacco alle forze dell’ordine.

Per questo l’ispettore capo della polizia di frontiera di Venezia ha subito un procedimento disciplinare, che ha sancito prima il licenziamento, poi commutato a sei mesi di sospensione a metà stipendio.

Dopo il raduno in Campo Santa Margherita un corteo spontaneo si dirige verso la questura. Ci sono tafferugli, lanci di uova e muri imbrattati. “I fratellini terribili”, così li ha definiti un sindacato di polizia, giurano di non saperne nulla, loro dalla piazza non si sono mai mossi.

C’è infine un altro episodio. Il primo giorno dopo il termine della prognosi, il 12 maggio 2009, un militante di Forza Nuova riconosce Tommaso tra le persone che lo hanno picchiato. In questura sfoglia un album con diverse foto, l’ultima è quella di Tommaso. – È stato lui. – Ma nessun altro ricorda di averlo visto in quella manifestazione del gruppo di estrema destra. Fatto sta che ora Tommaso ha un processo in corso per lesioni.

Poche notizie invece si hanno sull’inchiesta aperta dalla procura di Venezia sui fatti avvenuti quella notte fuori e dentro la questura. Se ne occupa il sostituto Massimo Michelozzi. Da quanto risulta è stata chiesta la proroga delle indagini, intanto sono passati due anni e mezzo.

- Anche mio marito, come tutti noi, racconta la moglie Simonetta, è uscito distrutto da questa storia. Non riesce a fare i conti con se stesso, con quello che è stato fino ad oggi. Continua a ripetermi: ma ti rendi conto, è come se lo avessi fatto io. Il padre fa a pugni con il poliziotto, il cittadino con le istituzioni.

Parla poco Tommaso, ancora oggi è fortemente provato. Si porta dentro la rabbia, la paura, il dispiacere di aver coinvolto la famiglia e soprattutto di aver creato guai al padre.

- Ho paura della polizia, ma anche della stampa. Poco tempo fa sono andato con mia mamma ad una partita di pallacanestro, ho cambiato posto per salutare un amico e un poliziotto mi ha fermato, stringendomi un braccio: – Dove cazzo vai? – mi ha detto. Gli spiego che non c’entra nulla, che sicuramente quel poliziotto non l’ha nemmeno riconosciuto e che questo, purtroppo, è il clima che si respira negli stadi e nei palazzetti, per mille motivi, e che spesso sono gli stessi poliziotti ad aver paura.

- E i tuoi colleghi giornalisti, allora, cosa mi dici di loro? – mi incalza Tommaso tra le lacrime- Guarda cosa hanno scritto di me: “esponente di spicco della sinistra eversiva-antagonista”. Ma io non frequento nemmeno i centri sociali, anzi quasi ce l’hanno con me perché figlio di un poliziotto che accompagna gli immigrati alla frontiera. L’unico precedente ce l’ho perché sono stato identificato durante una manifestazione a favore del Tibet. Non voglio essere riconosciuto per strada, non voglio la mia faccia sui giornali, mi piacerebbe che la giustizia non avesse bisogno di clamore. Sì, vorrei una giustizia silenziosa, fatta di rispetto e senza telecamere.

Usciamo dall’osteria come clandestini da una porta laterale, che da su una delle tante vie buie e strette di Venezia. Tommaso gira subito l’angolo, da solo, il fratello maggiore e la mamma mi accompagnano in stazione.

(Questo articolo è stato pubblicato da Articolo21)

Error: Impossibile creare la directory /ha/web/web/domani.arcoiris.tv/www/sito/uploads/2017/12. Verifica che la directory madre sia scrivibile dal server!Filippo Vendemmiati (Ferrara, 1958), giornalista, abita a Bologna e lavora alla Rai. Nel 2006 vince il Premio "Enzo Baldoni" con un'inchiesta sulla lebbra in India ("La Grande Sorella"). Nel 2011 riceve il David di Donatello per "È stato morto un ragazzo", docufilm sull'omicidio di Federico Aldrovandi.
 

Commenti

  1. max aliverti

    purtroppo non fatico a credere ai ragazzi nonostante sia una storia di parte

  2. angela reggiani

    Veramente tragico pensare di non potersi più fidare nemmeno delle “forze dell’ordine”. Questi episodi non sono rari, ormai, e forse rispecchiano il generale degrado civile sociale ed etico che sta invadendo il Paese e le nostre vite. Sono episodi come questo che segnano la differenza tra civiltà ed inciviltà di una comunità, e noi stiamo andando a grandi passi verso la più turpe delle inciviltà: la vessazione dei deboli.

  3. antonio marchi

    Pazzesco, vergognoso, incredibile ma vero. L’esperienza di Stefano Frapporti . giovane operaio . ammazzato nelle carceri a Rovereto dopo essere stato fermato perchè sospettato di droga, mi fa rabbrivvidire e mi riporta ad un dolore che non ho mai dimenticato.
    Grande solidarietà e vicinanza al dolore dei perseguitati e disprezzo pieno per chi si fa carnefice della libertà e della giustizia.
    Antonio

  4. Domenico Falconieri

    E’ la tipica prevaricazione di chi si senta protetto dall’alto: un governo di destra, con tanti rappresentanti anche nelle istituzioni minori, a volte anche con passato riprovevole o con mentalità da ventennio d’alri tempi, dà la percezione, a chi per primo e maggiormente dovrebbe rispettare la legge, di potersi comportare al di sopra d’essa. L’atteggiamento di sicumera, di disprezzo e d’ironia nei confronti del ragazzo e dei suoi familiari, oltre alla violenza perpetrata, mette in evidenza tale concezione del diritto.

  5. MANUELA VIGNETI

    Sicuramente i ragazzi hanno ragione non riesco ad immaginare cosa succede all’interno delle carceri dove non ci sono telecamere dove c’è omertà per paura o interessi e dove rimane sempre la loro parola contro quella di un pregiudicato.

  6. Enza Catinella

    Aumentano sempre piu’ i “Giustizieri in Divisa”..purtroppo per loro e per fortuna per noi grazie alla tecnologia moderna (internet,cellulari ecc.)vengono svelati e se ne parla sempre piu’.Non hanno nessun diritto di colpire il primo che capita,di pestare a morte i nostri figli.Per fortuna non sono tutti uguali,ma come facciamo a distinguere il buono dal cattivo in “divisa”? Lo Stato deve riflettere su tutto cio’ e tutelarci adottando leggi adeguate e uguali per tutti.Sconcertante e Assurdo.Solidarieta alle Famiglie colpite da queste disumane ingiustizie.