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Jovan Divjak, generale in pensione dell'esercito bosniaco, è stato arrestato il 3 marzo all'aeroporto di Vienna mentre viaggiava verso l'Italia per partecipare a convegno sulla Resistenza. Su di lui era stato spiccato un mandato di cattura internazionale della magistratura della Repubblica di Serbia per crimini di guerra. Belgrado ne chiede l'estradizione, ma l'Austria la nega. E un libro racconta la spietatezza del conflitto a cui partecipò

Jovan Divjak, il serbo che difende Sarajevo, e il lato feroce della guerra nei Balcani

10-03-2011

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Jovan Divjak

Jovan Divjak

Jovan Divjak, generale in pensione dell’esercito della Bosnia Erzegovina, nato a Belgrado nel 1937, residente a Sarajevo, cittadino della Repubblica di Bosnia Erzegovina, è stato arrestato giovedì 3 marzo all’aeroporto di Vienna. Divjak faceva scalo verso l’Italia dove era relatore a un convegno sulla Resistenza. L’arresto è avvenuto su mandato di cattura internazionale della magistratura della Repubblica di Serbia. Jovan Divjak è imputato di crimini di guerra per i fatti di Sarajevo dell’aprile 1992 all’inizio del lungo assedio della città (assedio che termina di fatto nel febbraio 1996). Le imputazioni riguardano tra l’altro l’agguato avvenuto sulle Obale (rive) della Miljacka – il torrente che traversa il cuore di Sarajevo – a una colonna dell’esercito jugoslavo (Armija) – da federale ridotto ormai a mero esercito di ufficiali e soldati serbo-montenegrini – in ritirata nella città insorta.

Jovan Divjak, allora colonnello e responsabile della difesa Territoriale per la Bosnia Erzegovina federata nella Jugoslavia scelse di schierarsi per l’autonomia e l’indipendenza reclamata dalla repubblica del giglio. La Serbia ne chiede oggi l’estradizione, ma il ministro degli esteri austriaco Michael Spindelegger ha dichiarato che estradizione non vi sarà. Che cosa potrà accadere non è chiaro. Eppure, tra il 5 e il 6 aprile 1992 riveste ruoli importanti quando inizia l’attacco congiunto alla capitale bosniaca. Prima i cecchini sparano all’improvviso su un grande corteo per la pace che sfila per la città, poi compaiono le formazioni paramilitari serbo-nazionaliste, infine l’attacco della Jna (l’esercito federale jugoslavo).

Se per ogni abitante di Sarajevo è il momento delle decisioni finali – combattere, difendere la propria città, fuggirne – Divjak è chiamato a scelte radicali, drammatiche, vitali. Perché è un militare di carriera dell’esercito, cresciuto nelle accademie dello Stato federale e perché è serbo. “Il serbo che difende Sarajevo”. La sua presenza, come la scelta di rimanere di altre decina migliaia di cittadini di radice serbo-ortodossa, è determinante per affermare la difesa della multiculturalità di Sarajevo. Così come rimangono i croati guidati dal vescovo Vinko Puljc’ – presenza determinante, garantisce con le sue scelte, insieme ai francescani della provincia orientale (“Srebrena”), l’unità territoriale e culturale minima alla Repubblica di Bosnia Erzegovina.

Mentre i croati di Mostar sono secessionisti come i serbi delle regioni della Drina e le repubbliche della ex-Jugoslavia implodono, attraversate dalle linee di due “visioni” territoriali a lungo perseguite, la Grande Serbia e la Grande Croazia. Jovan Divjak come Marko Vešović, lo scrittore e poeta montenegrino in Sarajevo assediata, senza sosta testimone delle ragioni e dei diritti dei suoi abitanti, forte narratore – Scusate se vi parlo di Sarajevo (Sperling&Kupfer) – delle infinite vicende, tragiche e eroiche e criminali, che stanno dentro la saga sanguinosa dell’assedio e della difesa della città. In una poesia della raccolta Poljska Konjca (La cavalleria polacca) Vešović scrive:

Noi che abbiamo vissuto l’assedio di Sarajevo/ non ne ricaveremo, si capisce, alcun profitto …questa conoscenza è la spada che non sguaineremo/ in ogni momento [ma] io almeno terrò sempre la mano/ sul suo manico.

Stare con Sarajevo, stare dalla parte delle vittime. Le cadenze delle guerre balcaniche sigillano con il sangue il secolo e aprono al terzo millennio con le nuove guerre: per “nazioni”, a sfondo etnico-religioso. Sarajevo ne è il capitolo più drammatico. L’assedio alla città dura quattro inverni, le cronache dell’assedio alzano il palco di un teatro di solidarietà inaspettate, risorse umane inattese, capacità di sacrificio degli abitanti e inaudite ferocie.

Portammo dei cecchini in una cantina, li pestammo a pugni e a calci. Poi li uccidemmo e, con una sciabola, decapitammo Nikolić. Infine portammo via i due cadaveri per gettarli in un burrone di Kazane.

È la testimonianza di un ufficiale dell’esercito bosniaco riportata da Divjak in “Sarajevo mon amour” (Infinito edizioni), trecento pagine di dettagliate risposte a una lunga intervista sugli anni dell’assedio e del dopoguerra condotta da Florence La Bruyère. La novità sta nel fatto che Divjak ripercorre le tappe della guerra di Bosnia per “linee interne” alle prime formazioni di difesa della città, al processo di strutturazione del nucleo originario dell’esercito della repubblica (“Armija”), alla finale musulmanizzazione di questa e altre istituzioni (pari passo con l’impoverimento culturale generale).

Divjak va letto soprattutto in controluce. Neanche lui – democratico e illuminista, estraneo ai bizantismi balcanici – può farci leggere in chiaro le anomalie originarie e fondanti della neorepubblica. Le figure di profilo criminale così presenti nel primi due anni della difesa della città, le bande guidate dagli Juka Pražina, dai Caco, dai Ćelo. Juka che guida la battaglia della “fabbrica del cioccolato”, espulso dalla città promette di rientrarvi “su un cavallo bianco”, verrà trovato ucciso con un colpo alla nuca alla periferia di una città belga; Caco – comandante “popolare” legato a Izetbegović – guida la battaglia della “fabbrica della birra” (la Pivara) massacrando con le sue mani sette soldati dell’Armija, verrà ucciso “mentre tenta la fuga” dentro una macchina della polizia; Ćelo che può tenere in ostaggio interi quartieri della città assediata, uccide civili serbi, contrabbanda lungo le linee della difesa, ucciso poco tempo fa in un agguato nell’androne della casa dell’amante ufficialmente dalla “mafia albanese”.

Né più vasti lati oscuri possono essere illuminati: il genocidio di Srebrenica comunque annunciato nei preaccordi di spartizione della Bosnia Erzegovina (le enclaves lungo la Drina ai nazionalisti serbi in cambio dei quartieri di Sarajevo); la presenza e ruolo delle brigate musulmane internazionali in quella guerra di Bosnia. Divjak – comandante in carica – subì il carcere, il ricatto dell’arresto di un figlio, minacce di ogni parte, nonché un grave attentato diretto. Silenzi, i suoi, eloquenti.

Nel libro-intervista della La Bruyère la sua voce si libera invece spregiudicata nell’analisi dei dopoguerra in Bosnia e nella ex-Jugoslavia e nel racconto della sua nuova passione umanitaria: l’aiuto agli orfani della guerra.

Piero Del GiudicePiero Del Giudice, giornalista e scrittore, inviato a Sarajevo durante l'assedio della città, è autore di articoli, libri, saggi, documentari televisivi sulla ex-Jugoslavia ("Sarajevo!" edizioni del Gottardo, Lugano; "Romanzo balcanico", Aliberti editore, Roma). Del Giudice lo fa a partire da "Sarajevo mon amour", il libro-intervista di Jovan Divjak edito di recente in italiano (Infinito edizioni, Roma).
 

Commenti

  1. Mauro Matteucci

    Sono stato a Mostar e a Sarajevo, ho incontrato le madri di Srebrenica “un genocidio sulle soglie di casa”: in quei giorni fu troppo comodo per tutt “non sapere, non vedere” e guardare da un’altra parte, mentre si svolgeva la mattanza degli innocenti. Tutto ora è stato rimosso. Solo pochi, come Leone e Del Giudice ne parlano, spesso nell’indifferenza generale!

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