La Lettera

Per ripulire la democrazia inquinata i ragazzi hanno bisogno di un giornale libero

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È abbastanza frequente che editori della carta stampata chiudano i loro giornali. Anche a me è capitato quando dirigevo “L’Avvenire d’Italia”, e oggi si annuncia una vera e propria epidemia a causa della decisione del governo di togliere i fondi all’editoria giornalistica. Ma che chiuda Domani di Arcoiris Tv, che è un giornale on line, è una notizia …

La Lettera

Domani chiude, addio

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L’ironia di Jacques Prévert, poeta del surrealismo, versi e canzoni nei bistrot di Parigi, accompagna la decadenza della casa reale: Luigi Primo, Luigi Secondo, Luigi Terzo… Luigi XVI al quale la rivoluzione taglia la testa: “Che dinastia è mai questa se i sovrani non sanno contare fino a 17”. Un po’ la storia di Domani: non riesce a contare fino …

Libri e arte » Teatro »

Teatro bene comune per il palcoscenico di dopodomani

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Teatro Municipal - Foto di Elton Melo

“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, ed il teatro è una grande forza civile, il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”. Parole di Leo …

Inchieste » Quali riforme? »

Il governo Berlusconi non è riuscito a cancellare l’articolo 18, ci riuscirà la ministra Fornero?

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Il governo Monti ha perso il primo round con Susanna Camusso che fa la guardia alla civiltà del lavoro, fondamento dell’Europa Unita. Sono 10 anni che è morto Marco Biagi, giuslavorista ucciso dalle Br. Si sentiva minacciato, chiedeva la scorta: lo Scajola allora ministro ha commentato la sua morte, “era un rompicoglioni”. Rinasce l’odio di quei giorni? Risponde Cesare Melloni, …

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1° maggio in Nepal, caccia al potere

03-05-2010

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Panta rei, Nepal. Tutto scorre e tutto resta uguale in questo suolo di alti e bassi, di differenze e diffidenze. A sfogliare i giornali si è incerti se abbandonarsi a una mesta rassegnazione o a una sgomenta incredulità. Poche tracce di speranza. Il Nepal di oggi e degli ultimi anni è una nazione che, dopo più di due secoli di monarchia, ha trovato nel caos il suo nuovo sovrano. Manca meno di un mese al 28 Maggio, data fissata per la promulgazione della nuova costituzione, e la politica nepalese continua il suo insensato e immoto cammino quotidiano tra reciproche accuse, distinguo, rivendicazioni, scioperi e progetti mai sopiti di rivoluzione. Povero Nepal, ossidato nella melma della sua palude dall’antagonismo perverso fra Maoisti e anti Maoisti.

Tuttavia, la storia si ripete e se qualcosa si muove, come spesso accaduto da queste parti, lo fa per i sentieri battuti della rivolta. I maoisti, infatti, ci riprovano e, sperando di raccogliere nuovamente il diffuso malcontento, sferrano un nuovo attacco per la presa del potere. L’ultima minaccia ha un nome sibilato, “rivolta finale” , una data d’inizio simbolica, il primo maggio, e una fine imponderabile. Nel giorno della festa dei lavoratori si è consumata, sotto la regia rossa dei mai istituzionalizzati ribelli, una delle più imponenti dimostrazioni di piazza della storia nepalese. Più di centomila nepalesi, provenienti da tutto il paese, hanno invaso le vie di Kathmandu per poi radunarsi a Khuala Manch, teatro della protesta anche nei cruenti giorni dell’Aprile 2006.

La capitale ha vissuto una vigilia di febbrile agitazione. L’occupazione notturna di scuole private ed aziende da parte dei molti militanti giunti in città e l’allarmante tam tam dei media locali avevano indotto molti a temere il peggio. Nelle settimane antecedenti I maoisti non hanno, infatti, esitato a ricorrere a mezzi illeciti per finanziare la missione e garantirne il successo. In molti distretti delle zone rurali, almeno un membro di ogni famiglia è stato costretto a partecipare alla spedizione e i soprusi hanno colpito anche giornali, aziende e organismi amministrativi locali, costringendoli ad elargire ingenti donazioni. Le fotografie pubblicate dai quotidiani nazionali hanno svelato, poi, l’addestramento militare impartito ai giovani dei villaggi dai guerriglieri maoisti. Nonostante Prachanda, il grande capo, e i vertici del partito maoista si siano spesi ripetutamente per rassicurare sullo spirito pacifico della manifestazione, il governo ha finito per allertare l’esercito. La tensione era e resta alta.

La grande paura, tuttavia, è rimasta sospesa ed il primo maggio è passato via indenne. L’interminabile fiumana rossa ha camminato, composta, tenendosi per mano e si è limitata a slogan ostili indirizzati alla larga coalizione di governo, al primo ministro Madhav Kumar Nepal e all’India, accusata di un’eccessiva influenza sulle sorti del paese. Com’era prevedibile, la dimostrazione non è, però, bastata ad ottenere le invocate dimissioni di Nepal, ex segretario generale del partito comunista del Nepal (UML), terza forza politica del paese.  I maoisti sono quindi passati alla seconda fase del loro piano e dal due maggio hanno bloccato, con uno sciopero generale ad oltranza, tutti i settori lavorativi ad eccezione di sanità e turismo. La sopravvivenza sarà, garantita dalle quattro ore quotidiane di apertura concesse ai negozi. Si temono scontri fra i militanti maoisti e l’esercito.

Lo scenario è surreale. Dall’elezione dell’assemblea costituente sono trascorsi due anni e si sono alternati due primi ministri, Prachanda e Nepal, e le rispettive coalizioni di governo. Da quando il secondo è succeduto al primo è passato poco più di un anno, ma a ricordarcelo è solo il calendario. L’inesorabile avvicinarsi del 28 Maggio ha interrotto il lungo letargo e gli eletti, ravvivati da un’improvvisa fibrillazione, sembrano aver finalmente individuato nella costituzione la prioritaria finalità del loro mandato. Tuttavia, la recente e inaspettata illuminazione non ha condotto i rei a un auspicabile ravvedimento e a un dovuto e sincero pentimento, bensì ha ulteriormente fortificato la contrapposizione fra i contendenti e avviato il sempre verde gioco dello scarica barile. Non si scappa: da una parte la colpa è dei maoisti, dall’altra è di chi governa e pace agli uomini di buona volontà se chi prima, chi dopo, hanno governato gli uni e gli altri. Gli strilli sulle prime pagine dei quotidiani assomigliano ai clacson delle macchine di Kathmandu bloccate nel traffico delle ore di punta. Tutti suonano e nessuno si muove.

L’ormai certo fallimento infliggerebbe un duro colpo alla già esangue fiducia nelle istituzioni dei cittadini nepalesi. Vent’anni di corruzione, spartizioni, interessi personali e conflitti civili sono tanti, anzi troppi. Gli ultimi due anni avrebbero dovuto riscattare la politica dai suoi peccati conducendo il paese a un fatidico anno zero da cui poter ripartire. Per riuscirci l’eletta assemblea costituente si era prefissata la stesura di un nuovo e aggregante statuto e la conclusione del processo di pace. Nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto. I lavori per la nuova costituzione si sono arenati sui primi scogli. Delle undici bozze elaborate dalle rispettive commissioni tematiche, solo tre hanno beneficiato delle correzioni e delle direttive dell’assemblea costituente. All’orizzonte non si intravede la benché minima parvenza di un accordo per le altre otto. A dispetto dei proclami del primo ministro, non è più realistico credere alla promulgazione dello statuto nei tempi prefissati. La comune repulsione alla convergenza impedisce il superamento dello stallo e, a tempo ormai quasi scaduto, le distanze fra i tre grandi partiti nepalesi paiono incolmabili.

Da un lato il partito comunista UML, che propone di estendere il mandato dell’assemblea costituente per non sprecare quanto fatto finora e perché una nuova composizione parlamentare dovrebbe confrontarsi, a meno di inaspettate sorprese, con le stesse problematiche. L’UML sa bene, però, che una tale eventualità necessiterebbe dell’appoggio dei maoisti, senza i quali non potrebbero mai essere raggiunti i due terzi del parlamento necessari  all’estensione. Perciò, una cospicua corrente interna al partito comunista si dichiara disponibile a un rimescolamento di governo, ma a patto che non sia Prachanda a guidare la nuova coalizione. Al suo fianco, il Nepali Congress, alleato dell’UML e secondo partito del paese, che suggerisce di indire nuove elezioni nel malaugurato caso non si riesca a raggiungere un governo di unità nazionale. Il Nepali Congress avrebbe anche teoricamente aperto a una leadership maoista, ma le condizioni poste, come lo smantellamento dell’apparato paramilitare YCL e la restituzione delle proprietà confiscate durante il conflitto civile, negano una tale prospettiva sul nascere. Dall’altra parte della barricata incalzano i maoisti,  accusando il primo ministro del fallimento e rivendicando il loro diritto di governare, in quanto prima forza politica del paese. I giorni a seguire chiariranno fino a che punto Prachanda oserà spingersi e, nel frattempo, il paese continua a non intravedere la luce. Panta rei, Nepal.

Alessandro RizziAlessandro Rizzi lavora per la cooperazione internazionale in Colombia, dopo le esperienze in Asia fra Cambogia e Nepal. Nato nel 1982, laureato alla Cattolica di Milano in comunicazione dei media, ha collaborato a vari giornali, tra cui "Gazzetta di Parma" e "Corriere Canadese di Toronto". Da Londra ha scritto per "La Repubblica" e "Peace Reporter". Dalla Cambogia per "Popoli" e "Reset". Dal Nepal per "Popoli".
 

Commenti

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