Arrestato per errore dopo l'attentato alle Torri Gemelle è ancora chiuso a Guantamano anche se i tribunali ne hanno ordinato la scarcerazione. Ha confessato sotto tortura, ma le indagini hanno dimostrato il contrario. I repubblicani non si arrendono per salvare dallo scandalo quel che resta della "dignità" dell'amministrazione Bush
Mohamedou, ultima vittima fra le macerie dell’11 settembre
31-05-2010
di
Alessandra Riccio
Mohamedou Ould Salahi è un cittadino della Mauritania incappato – sembra senza nessuna colpa – nelle maglie dell’isteria post 11 settembre; infatti è stato arrestato, proprio in Mauritania, il 20 novembre 2001. Del suo calvario si è occupata l’Unione per le libertà civili statunitensi (Aclu) uno dei suoi rappresentanti, Jonathan Hafetz, che ha dichiarato all’agenzia Ips:
Il caso di Salahi è una disgrazia nazionale: vittima di una extraordinary rendition, di torture brutali e di otto anni di detenzione arbitraria senza accusa e senza prove evidenti e credibili.
Il caso è venuto fuori quando Bush junior – un uomo che non dimenticheremo mai – ha lasciato la presidenza degli Stati Uniti e alcune persone coraggiose hanno cominciato a parlare. La testimonianza più agghiacciante e definitiva è quella del tenente colonnello della Marina, Stuart Couch, un pubblico ministero al quale fu affidata l’accusa contro Salahi nella commissione speciale militare che giudica i “sospetti di terrorismo”. Nella sua relazione Couch ha dichiarato che la confessione del mauritano era stata evidentemente condizionata dalla tortura e pertanto non sarebbe stato etico usarla contro di lui, e ha concluso rifiutandosi di partecipare al processo. Il giudice James Robertson, alla luce della mancanza di prove, ha ordinato recentemente la scarcerazione del detenuto. Siccome la mancanza di prove non comporta l’assoluzione dai reati imputati, i repubblicani hanno esercitato tutta la loro pressione sul governo Obama per appellarsi alla decisione del giudice. Conclusione: Mohamedou Ould Salahi è ancora in carcere nella base di Guantánamo.
Se mai uscirà da quell’inferno, c’è da chiedersi che uomo verrà fuori da tanta violenza e ingiustizia. Arrestato nel suo paese con l’accusa di far parte di Al Qaeda da agenti statunitensi che lo hanno condotto illegalmente in Giordania dove è stato interrogato sotto tortura per otto mesi, è stato poi trasferito a Bagram, il carcere nordamericano in Afganista e da lì è stato portato nella base navale di Guantánamo, a Cuba, trasformata da Bush in carcere extraterritoriale per i sospetti di terrorismo.
Come è noto, a Guantánamo non vanno per il sottile e non sono mancati gli abusi di ogni tipo, isolamento, reclusione in celle a basse temperature, catene alle caviglie, scarsa alimentazione e obbligo di bere acqua salata. Pare che fra le minacce ci sia stata anche quella di portare lì sua madre per stuprarla davanti a lui se non si fosse deciso a testimoniare. Tutte queste torture sono state testimoniate dal Comitato dei Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti e il rapporto del tenente colonnello Stuart Couch ha contribuito a rivelare questo caso atroce.
Una storia che sembra uscita da un serial sulla capacità della Marina Statunitense di ristabilire l’ordine e la legge, ma intanto il povero mauritano è ancora in carcere e la storia non è una fiction: è terribile verità.
Alessandra Riccio ha insegnato letterature spagnole e ispanoamericane all’Università degli Studi di Napoli –L’Orientale. E’ autrice di saggi di critica letteraria su autori come Cortázar, Victoria Ocampo, Carpentier, Lezama Lima, María Zambrano. Ha tradotto numerosi autori fra i quali Ernesto Guevara, Senel Paz, Lisandro Otero.E' stata corrispondente a Cuba per l'Unità dal 1989 al 1992. Collabora a numerosi giornali e riviste italiani e stranieri e dirige insieme a Gianni Minà la rivista “Latinoamerica”. E’ tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate.