La Lettera

Per ripulire la democrazia inquinata i ragazzi hanno bisogno di un giornale libero

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È abbastanza frequente che editori della carta stampata chiudano i loro giornali. Anche a me è capitato quando dirigevo “L’Avvenire d’Italia”, e oggi si annuncia una vera e propria epidemia a causa della decisione del governo di togliere i fondi all’editoria giornalistica. Ma che chiuda Domani di Arcoiris Tv, che è un giornale on line, è una notizia …

La Lettera

Domani chiude, addio

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L’ironia di Jacques Prévert, poeta del surrealismo, versi e canzoni nei bistrot di Parigi, accompagna la decadenza della casa reale: Luigi Primo, Luigi Secondo, Luigi Terzo… Luigi XVI al quale la rivoluzione taglia la testa: “Che dinastia è mai questa se i sovrani non sanno contare fino a 17″. Un po’ la storia di Domani: non riesce a contare fino …

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Teatro bene comune per il palcoscenico di dopodomani

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Teatro Municipal - Foto di Elton Melo

“Non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale, ed il teatro è una grande forza civile, il teatro toglie la vigliaccheria del vivere, toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto, della vita, della morte”. Parole di Leo …

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Il governo Berlusconi non è riuscito a cancellare l’articolo 18, ci riuscirà la ministra Fornero?

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Roma 23 marzo 2002: l'ex segretario Cgil Sergio Cofferati al Circo Massimo

Il governo Monti ha perso il primo round con Susanna Camusso che fa la guardia alla civiltà del lavoro, fondamento dell’Europa Unita. Sono 10 anni che è morto Marco Biagi, giuslavorista ucciso dalle Br. Si sentiva minacciato, chiedeva la scorta: lo Scajola allora ministro ha commentato la sua morte, “era un rompicoglioni”. Rinasce l’odio di quei giorni? Risponde Cesare Melloni, …

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Luglio 1995, quando i caschi blu olandesi non difesero Srebrenica dai massacri di Mladic

11-07-2011

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L’anniversario del genocidio di Srebrenica – dall’11 al 18 luglio 1995, nell’enclave protetta di Srebrenica, vengono sterminati da 8 a 10.000 maschi inermi bosniaci-musulmani dai 16 ai 60 anni dalle forze armate serbo-bosniache agli ordini del generale Ratko (guerriero) Mladic – prende quest’anno movenze di particolare drammaticità. Mladic, il responsabile militare di questa e altre stragi, è stato arrestato – dopo Radovan Karadzic, il responsabile politico – e viene adesso giudicato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja. Il soldato, in pochi giorni, ha vestito i panni dell’anziano reduce malandato e dell’arrogante guerriero, del padre perseguitato dalla memoria della figlia suicida e del miles gloriosus che dileggia in modo grossolano i giudici del Tribunale per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia. Gli piace cambiare le parti in commedia. Accarezzava i bambini terrorizzati nell’enclave di Srebrenica violata mentre preparava lo sterminio dei padri, rassicurava Avdo Palic responsabile dell’enclave di Zepa mentre tonificava i muscoli con i pesi per ammazzarlo con le proprie mani. Mladic è “il mostro con le spalline” delle poesie dall’assedio di Abdulah Sidran che incita gli artiglieri ad aumentare il ritmo dei colpi sulla popolazione civile di Sarajevo sino a “torcergli la ragione”, farli uscire di senno. E’ il protagonista insieme a Karadzic della “quota bosniaca” del progetto espansivo monoetnico detto della Grande Serbia.

I coltelli e i bastoni dei nazionalisti serbi agli ordini di Mladic sgozzano e uccidono diecimila uomini nella valle di Srebrenica. Il generale francese Bernard Janvier comandante delle forze internazionali Onu (Unprofor) in Bosnia Erzegovina blocca gli attacchi aerei contro i serbi che assediano l’enclave protetta e stanno entrando. Le forze olandesi dell’Onu, schierate in difesa dell’enclave, non sparano un colpo, alzano bandiera bianca e i loro comandanti – Karreman e Franken – collaborano con i serbi. Ecco i facitori manuali e i responsabili sul campo dell’Olocausto musulmano. Tra i tanti testi che raccontano Srebrenica, tra i più efficaci Cartolina dalla fossa di Emir Suljagic (Beit edizioni, Trieste) [il titolo evoca il poemetto La fossa, scritto nella Resistenza jugoslava]. Suljagic aggancia ha una prosa diretta, antiretorica: “…quando ancora non si era alzata la nebbia sopra l’angusta e profonda conca di Srebrenica, centinaia di uomini si arrampicavano sul ripido pendio sopra la città e tutti – vestiti di cenci luridi, maleodoranti di sudore stantio -portavano un’accetta e una corda. La meta era un bosco sino al quale ci si doveva arrampiacere per far legna, aiutandosi con mani e piedi…tagliavano il primo albero che trovavano, lo legavano con la corda e lo trascinavano per centinaia di metri…”. Srebrenica, Gorazde o Sarajevo, le comunità assediate da anni, non hanno cibo, né acqua, né combustibile. Nel bisogno e nell’indigenza si formano bande, la sopravvivenza negli edifici assediati in mano agli speculatori e ai borsaneristi, il ghetto è gestito da gerarchie di profittatori: “…Nella estate del 1994 nell’enclave scoppiò – scrive Suljagic – una protesta davanti al Comune; la gente accusava facendone i nomi il Sindaco e i suoi collaboratori di furto di aiuti alimentari a danno della popolazione. Quella stessa notte, il capo della protesta fu uccisio. La città ammutolì. Le cose continuarono come prima: parte degli aiuti veniva distribuita alla popolazione, l’altra, di qualità superiore, finiva al mercato o nei magazzini privati dei funzionari cittadini che nel deposito centrale si sceglievano cosa e quanto era di loro interesse. C’era di tutto, per gli ufficiali, gli impiegati comunali, le loro mogli e le loro amanti: dalle nuove scarpe sportive ai jeans Levi’s…”. Il leggendario comandante della difesa della enclave è Naser Oric. Suljagic spende righe di ammirazione per questo comandante carismatico, ma anche: “Alcuni anni dopo la guerra, nel 1998, ottenni per breve tempo, giusto per leggerlo, un rapporto del servizio di controinformazione del 2° korpus dell’Esercito della Bosnia-Erzegovina, nel quale si descriveva – nei minimi dettagli – come proprio Oric fosse l’organizzatore del mercato nero. Il rapporto conteneva alcune pagine con i nomi dei rivenditori, il modo e i luoghi del commercio con i serbi, gli articoli più richiesti…”. Naser Oric – è storicamente noto – abbandona con i suoi ufficiali l’enclave nelle cadenze finali dell’attacco dei serbi, lasciando senza guida la difesa. Suljagic, in un andamento narrativo un po’ confuso [gli capita nei momenti topici], così ne scrive: “Hai sentito che cosa è successo?” “Che cosa?” “Naser ha lasciato la città!” mi disse con un sorriso acido. Sentivo la paura che sgorgava da me, per poco non caddi dallo sbigottimento: “Quando?” “Stamattina: lui, Ramiz e una decina di loro” “Come?” “In elicottero” “E allora, è la fine?” chiesi più a me che a lui.

La narrazione della caduta dell’enclave e del genocidio dovrebbero ricominciare da qui. Suljagic vi rinuncia e il suo libro che ha pagine così perentorie comincia a balbettare. In ogni caso, mentre cadono Zepa e Srebrenica e Naser Oric abbandona il comando su ordine del governo di Sarajevo [“per sette volte ho rifiutato di salire su questo elicottero!” dirà, biblicamente, salendovi] e iniziano le stragi, nella capitale Sarajevo tutti hanno chiaro che Alija – il presidente – ha accettato la divisione etnica della Bosnia Erzegovina. “Noi diamo le enclaves na podrinija (lungo la Drina) ai serbi e loro sgomberano i quartieri occupati di Sarajevo!” si approva – tra stenti e paura, la via d’uscita – nei piccoli gruppi di discussione che si raccolgono nelle strade e nelle piazze della città nonostante i bombardamenti con granate dell’ultima stagione di guerra – l’estate 1995. Il generale bosniaco Halilovic ha per anni accusato il governo di non avere voluto difendere con i corpi di armata di stanza a Tuzla, rimasti inerti, le enclaves. Del resto Izetbegovic non ha mai avuto un’idea diversa da quella di una piccola Bosnia monoetnica. La sua visione politica limitata, angusta, non poteva rovesciare il tavolo delle cancellerie internazionali che stavano preparando Dayton – se mai questo rovesciamento ha pensato di farlo il pio Alija [pio, lui, in preghiera con la djellaba nella moschea e anche in Parlamento / meno pio il figlio Bakir, architetto, gestore di grandissima fetta (2.000 miliardi delle vecchie lire) degli aiuti internazionali per la ricostruzione di Sarajevo]. Nel baratto enclaves-quartieri di Sarajevo, il pio Alija aveva messo in conto il genocidio dei bosniaci podriniesi? Rimane la domanda capitale. Eventualmente questa la colpa senza possibilità di perdono.

Abdulah Sidran

Abdulah Sidran ha scritto il lungo disperato poema Le lacrime delle madri di Srebrenica (ADV edizioni, Lugano) sul lutto irredimibile del genocidio bosniaco. Sidran alla domanda: “Il presidente Izetbegovic, accettò, nell’estate 1995, la divisione per zone “etnicamente pulite” e lo scambio enclaves-quartieri di Sarajevo. Nessuno difese l’enclave di Srebenica: non l’Onu, non l’esercito bosniaco, non il comandante militare dell’enclave Nasser Oric, ritirato, con i suoi ufficiali, dal governo di Sarajevo prima dell’11 luglio…E’ così?” replica “A queste domande dovranno rispondere gli storici. Un voto positivo dalla storia non l’otterrà nessuno di coloro che, in un modo o nell’altro, hanno fatto calcoli con l’idea degli spostamenti etnici e in generale di una “territorializzazione etnica”. Esistono indizi secondo i quali anche la parte bosniaca è stata implicata in combinazioni di sorta. Per questo molti patrioti che hanno combattuto con onore oggi si sentono schifati. Uno ha detto: come se avessi giocato una partita, con tutte le mie forze e correttamente, per venire a sapere alla fine che la partita era stata venduta”.

Il paese che aveva trovato per cinquanta anni, dalla Resistenza agli anni Novanta, gli equilibri di una vita comune tra genti di tradizioni e culture diverse e religioni analoghe, viene diviso nel sangue. La barbara, primitiva visione etnopolitica delle parti – e prima di tutto e senza alcun alibi del nazionalismo serbo – è responsabile del bagno di sangue che sigilla nelle fosse comuni la parabola della enclave di Srebrenica. Visione monoetnica e morte collettiva dell’altro. Mentre sale sulle spalle della guerra etnica, la spartizione privata internazionale e tra le famiglie di potere locali, della Jugoslavia, l’enorme paese federato a proprietà indivisa e collettiva.

Error: Impossibile creare la directory /ha/web/web/domani.arcoiris.tv/www/sito/uploads/2017/09. Verifica che la directory madre sia scrivibile dal server!Piero Del Giudice, giornalista e scrittore, inviato a Sarajevo durante l'assedio della città, è autore di articoli, libri, saggi, documentari televisivi sulla ex-Jugoslavia ("Sarajevo!" edizioni del Gottardo, Lugano; "Romanzo balcanico", Aliberti editore, Roma). Del Giudice lo fa a partire da "Sarajevo mon amour", il libro-intervista di Jovan Divjak edito di recente in italiano (Infinito edizioni, Roma).
 

Commenti

  1. piero deola

    Egregio signor Del Giudice
    prima di sparare certe bordate e cifre inconsistenti
    veda di documentarsi e non presentare la storia immaginata o appresa per sentito dire. Qualcuno lì c’era e la racconta diversamente dalla maggioranza degli allineati all’informazione truccata tipo 11/9 e simili. Quale esempio le allego qualcosa di interessante se non altro da esaminare.

    http://www.cnj.it/documentazione/srebrenica.htm

  2. Giaime Garzia

    Piero Del Giudice è stato per anni in Bosnia e in altre zone della ex Jugoslavia al seguito di organizzazioni non governative. Dunque ha conoscenza diretta di quanto racconta. Non risulta invece tra le sue conoscenze un signor Piero Deola.

  3. piero deola

    Gentile Garcia
    purtroppo constato che chi non vuol vedere e sentire sono troppi schierati tutti sempre dalla parte di chi possiede l’informazione opportunamente truccata come quella delle organizzazioni non governative finanziate da personaggi come Soros. Anche oggi un ignorante in più si è manifestato.

  4. Piero Del Giudice

    Sono stato giornalista inviato nella ex-Jugoslavia dalla fine giugno 1991, cioè dall’inizio della “mala vojna” la piccola guerra di Slovenia. Ho seguito la fine della Jugoslavia e le varie guerre sino al 1999, per riviste, quotidiani, televisioni italiane e Svizzera.
    Non ero a Srebrenica nel luglio 1995, ero a Sarajevo, sotto le granate dell’ultima stagione di guerra. Ho lavorato a lungo sulla enclave di Zepa – legata a Srebrenica – tanto da farne un film con il regista Michae Beltrami. Il film si chiama “Scomparso. Storia del comandante Palic”. Ma non credo ci fosse bisogno di essere a Srebrenica per sapere che stavano massacrando migliaia di persone. Era informazione comune ed è diventata verità storica e documentale così come i campi di sterminio e i ghetti. Se poi qualche fanatico, qualche cetnik fuori tempo, vuole iniziare una stagione di negazionismo quando anche il Parlamento serbo ha fatto chiarezza su questa e altre stragi,non saprei che fare oltre a scrivere quello che scrivo. Piero Del Giudice

  5. Mauro Matteucci

    Ho incontrato alcuni anni fa le madri di Srebrenica il cui racconto mi fece vergognare di tante idiozie allora diffuse dai media pronti ad avallare la macelleria di Mladic e dei leader nazionalisti. Intanto USA, Nato, Ue, Vaticano stettero a guardare, mentre si sgozzavano gli innocenti.
    Onore alle vittime, vergogna imperitura ai responsabili di qualsiasi livello di complicità!