L’isola d’ Elba é terra dai profondi contrasti, tra scogli e sabbia e ciottoli, tra mare verdazzurro e boschi fittissimi sugli alti monti sovrastanti…
Qui, tra questi monti, ho attraversato, di notte, in macchina, un tunnel di piante secolari che pareva avvolgere, inquietante e protettivo, la strada tortuosa, sovrastata da un mare incredibile di miriadi di stelle, quasi un ricamo fitto ed intricatissimo nel cielo nero che pure inghiotte ogni cosa, nel silenzio abissale che tutto avvolge e tutto rende, inspiegabilmente, misterioso e magico.
Qui è avvenuto, lungo il percorso col mio dolce e straordinario accompagnatore, l’incontro fiabesco con tre emblematici personaggi del bosco, apparsi tra le frasche all’improvviso, a equidistanti intervalli. Tre messaggeri, forse, come nel mitico viaggio dantesco, portatori di ineludibili significati simbolici, o forse solo straordinaria occasione di incontro – a parte la pur strana coincidenza – con il regno extraumano che lassù decisamente prevale e vive, pur se a nostra insaputa, una sua vita segreta e intensa, chi sa che non più dignitosa della nostra.
Siamo convinti che gli animali non abbiano consapevolezza di sé, che vivano d’istinto e che si comportino pertanto tutti allo stesso modo. Anch’io l’ ho sempre pensato e sostenuto. Solo l’uomo, animale “simbolico” per eccellenza, è in grado di dare significati alle cose, ovvero di “inventarsi” la realtà come un gioco di specchi in cui le cose diventano immagini, e le immagini interpretazioni, e le interpretazioni… a volte menzogne. A volte messaggi.
Perché, insegna la filosofia del Tao, la natura non ha bisogno di essere re-interpretata, dal momento che comunica e parla attraverso ciò che direttamente evoca, nell’immagine stessa che trasmette. Ed ogni immagine va non solo guardata, ma anche ascoltata, nel suo messaggio silenzioso e profondo.
La prima apparizione è un capriolo, apparso in un attimo sulla soglia del bosco, ma è proprio un attimo: come è spuntato è fuggito, di nuovo inghiottito dal bosco che protegge e nasconde come un manto oscuro… non ha retto la nostra vista, forse il ricordo del ventre caldo e rassicurante lo ha ricacciato indietro. Troppe complicazioni… non aveva bisogno di noi.
E noi, di lui? Lo abbiamo amato, ma non abbiamo fatto nemmeno in tempo a vedere il suo sguardo e la comunicazione si è interrotta prima ancora di iniziare. Avremmo voluto fermarlo, richiamarlo, dirgli di non aver paura…
Ma è la natura che è maestra, ed il messaggio è stato questo:
“Lasciatemi andare”
A pochi metri di strada, appena ripresi dal primo evento, ci imbattiamo stupiti in una nuova apparizione. Questa volta è una bellissima lepre. Non ne avevo mai viste prima, se non disegnate nei bei libri di Beatrix Potter, che compravo a mia figlia da piccola. La lepre è un personaggio fiabesco per eccellenza, per la sua capacità di assumere la posizione eretta, che suscita un che di umano…
Ci ha guardati fissamente per un attimo eterno, abbagliata dai fari… Sembrava spaventata, ed anche un po’ sofferente, forse aveva una zampa ferita perché faticava a muoversi. Se ne è andata piano piano, quasi dispiaciuta, con la testa rivolta verso di noi, quasi volesse dire:
“Se davvero mi amate potrei rimanere, perché vi amo anch’io,
ed il mio cuore è tenero come il vostro”
Mi resterà sempre impresso quello sguardo, tenera dolce lepre senza nome. Una lepre che scappa è comune, ma quella era una lepre ferita. Avrei voluto dire al mio compagno di fermarsi. Ma siamo andati oltre, con un velo di malinconia.
Gli incontri avrebbero potuto finire qui ma il terzo messaggero ci attendeva, incredibilmente, nell’intervallo di spazio-tempo equidistante previsto dal Tao, principio del divenire intelligente. Non quello degli Ingegneri calcolanti, ma solo degli Architetti folli d’amore.
E il folle personaggio apparve, ancor più inaspettato degli altri, simile solo in apparenza al primo, ma di ben altra personalità.
Cosa aveva di folle? Solo il suo coraggio. Era lì, diritto, ad aspettarci sicuro sulla soglia del bosco. Senza alcuna esitazione ci ha guardati, dolce e rassicurante: era un cerbiatto. Lo sguardo era di chi sa che può restare, perché lo sta scegliendo, con determinata volontà di incontrarci, spinto dal desiderio di intessere un lungo e profondo dialogo.
Non ha paura degli ostacoli e vuole seguirci felice, o farsi seguire, a seconda dei casi e delle circostanze. È tenero e forte, e il suo messaggio è, come lui, semplice, fermo e gentile:
“Camminiamo insieme?”
Sopra la nostra testa il silenzio abissale di una notte trapuntata di stelle. E la consapevolezza di non essere più soli, nel cuore.
Giusy Frisina insegna filosofia in un liceo classico di Firenze